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Vita, morte e miracoli di Bea
Recentemente ho finito di leggere un libro che consiglio moltissimo e che si intitola "L'intelligenza emotiva" di D. Goleman. Il testo è del 1995, ma fa una descrizione precisa delle emozioni, analizzando cosa sono e come si presentano, facendo moltissimi esempi tratti dal quotidiano e dalla cronaca per spiegare come le emozioni hanno spesso un ruolo fondamentale nelle vicende di ognuno. Esse sono per l'autore una caratteristica fondamentale della nostra personalità e la capacità di distinguere, controllare e gestire le emozioni può avere risvolti molto positivi sulla vita sociale di tutti noi.
Quando viviamo esperienze traumatiche possiamo diventare vittime di un "sequestro" emotivo, e cioè diventiamo preda del nostro mondo interiore senza più saper gestire le reazioni fisiche di fronte ai fatti o ai ricordi di quanto ci ha particolarmente segnato. In altri casi invece rimaniamo completamente indifferenti di fronte alla realtà fino a quando non crolliamo all'improvviso. Goleman spiega come mai questo succede, descrivendo la fisiologia del cervello umano, che nel corso del tempo si è sviluppato in aree con diversi ruoli; in particolare per le emozioni il ruolo fondamentale lo giocano l'amigdala e la neocorteccia, che si contrastano tra di loro e stabiliscono un certo equilibrio.
Goleman aggiunge anche che è importante soffermarsi sul ruolo delle emozioni e su come sviluppare al meglio le competenze emotivo-sociali perchè spesso esse sono completamente scollegate dal nostro Q.I., pertanto persone che risultano avere un'intelligenza alta secondo i test che misurano il Q.I. potrebbero avere di contro difficoltà nella loro vita emotiva risultando ottusi, in quanto le due sfere sono separate. Oggi si deve quindi parlare di intelligenza multipla, che comprende quella emotiva, la quale si stabilisce nelle seguenti fasi: 1) Conoscenza (o autoconsapevolezza) delle proprie emozioni e delle proprie inclinazioni verso i sentimenti, se cioè li accettiamo passivamente perchè sono positivi o se invece lo facciamo anche quando invece dovremmo spronarci a lavorare su di loro; 2) Controllo delle emozioni, come collera, paura, ansia o malinconia, per non essere soprattutto vittime di una escalation che distrugge i rapporti interpersonali; 3) Dominio delle emozioni per raggiungere un obiettivo, che è fondamentale nel dare la svolta a situazioni poco piacevoli in cui è facile imbattersi, per esempio una giornata no o un voto negativo a scuola, esperienze che vanno viste come transitorie e superabili e non come verdetti definitivi sul valore della propria persona; 4) Empatia. Al di là dei casi di alessitimia, patologia che non permette di riconoscere e sentire nè le proprie emozioni nè quelle altrui, questa capacità si sviluppa con il tempo già dai primi anni di vita e dipende in larga misura dal rapporto del fanciullo con la madre, dalla sintonia tra i due. La speranza è che un rapporto genitoriale sfavorevole allo sviluppo empatico del bambino possa correggersi nel corso del tempo attraverso altri rapporti interpersonali più positivi. L'assenza di empatia porta i soggetti a diventare sociopatici; 5) Gestione delle relazioni, in particolare del matrimonio, dove gli uomini hanno maggiori difficoltà a gestire le emozioni, e dove atteggiamenti sbagliati ("tossici") possono portare a rotture insanabili. Consigli principali per evitare il litigio è non assumere un atteggiamento difensivo durante le conversazioni e soprattutto evitare di affrontare discussioni quando non si ha la calma, per non far degenerare la situazione.
Un altro ambito di applicazione delle competenze emotive oltre al matrimonio si ha sul posto di lavoro, dove chi dirige dovrebbe essere addestrato a comunicare mostrando più attenzione verso i sentimenti dei dipendenti. Le critiche ai dipendenti devono essere specifiche al lavoro malfatto, devono offrire possibilmente una soluzione o un modo per rifare meglio quanto si è sbagliato; inoltre, le critiche secondo Goleman non andrebbero fatte per iscritto ma verbalmente in modo da creare un contatto diretto, e, ovviamente, in maniera delicata, senza avere la finalità di umiliare il lavoratore.
Se le distinzioni tra persone che riescono a gestire al meglio le proprie emozioni e quelle che invece fanno più fatica e sono soggette a scoppi di ira, paura, ecc. sono di carattere fisiologico, con appositi programmi di supporto psicologico è possibile migliorare la propria capacità di reazione emozionale di fronte a stimoli esterni. Oltre a questi programmi, che hanno dimostrato un miglioramento effettivo nella vita sociale di chi vi prendeva parte, per Goleman è poi importante nei giovani e nei bambini il ruolo dei genitori. Lo stimolo al gioco e la comunicazione con i figli, l'amore genitoriale e l'apertura rendono i bambini più positivi e più socievoli, meno inclini a diventare delinquenti in età adulta; pertanto le competenze emotive devono essere sviluppate da famiglia e scuola nel bambino.
Questo ha dei riscontri positivi anche a livello fisico, poichè le emozioni negative possono avere ripercussioni sugli organi del corpo umano predisponendolo ad eventuali malattie cardiache o respiratorie, e arrivando addirittura nei casi di pazienti affetti da cancro al decesso in tempi più rapidi. Oltre allo sviluppo di pensieri positivi, in queste situazioni risulta fondamentale anche lo sviluppo di una buona rete di amicizie. Pertanto l'autore conferma la necessità di riflesso di una medicina che sia attenta ai bisogni del malato nel gestire sentimenti negativi scatenati dalla patologia e nel sostegno psicologico.
Oltre all'ambito medico, è anche la scuola a dover istituire secondo Goleman delle vere e proprie ore di lezione sulla percezione del sè e degli altri in modo che i ragazzini imparino a inserirsi bene nei gruppi di gioco e di studio e non diventino adolescenti problematici ed emarginati. Questi problemi, e in particolare la depressione, che è la piaga del nuovo millennio, si registrano perchè le famiglie sono molto frammentate e i genitori hanno purtroppo poco tempo da dedicare ai figli; inoltre l'individualismo e la mancanza di un supporto attraverso la comunità hanno favorito l'aumento dei casi di depressione nei giovani e di disturbi alimentari, che sono legati alla sfera emotiva. Lo stesso vale anche per l'uso di droghe e alcool, i quali vengono impiegati dai giovani spesso per curiosità, ma che in coloro che diventano dipendenti da queste sostanze sono usate come metodo per alleviare le sofferenze causate da insufficienti competenze emotive, per calmare ansia e malinconia.
L'alfabetizzazione emotiva diventa insomma un mezzo di prevenzione di problematiche sociali per Goleman e c'è veramente da credergli, visto i dati statistici portati a sostegno delle tesi illustrate nel volume.

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Il nostro sistema educativo differisce da quello americano perché fortunatamente, o sfortunatamente secondo i punti di vista, qui in Italia si dà molto più peso agli studi umanistici che non in America.
Secondo un famoso istituto, di cui non farò il nome, che si occupa di studiare i rapporti tra università e mondo del lavoro la facoltà più inutile sembra essere giurisprudenza, mentre lettere si attesta a un terzo posto; un po’ più in giù c’è lingue e letterature straniere, che forse risulta leggermente più interessante dal punto di vista occupazionale proprio per la conoscenza che dà delle lingue straniere. Eppure queste facoltà sono gettonate tra gli studenti anche se non danno un lavoro sicuro e inerente al piano di studi alla fine del percorso.
Qualche giorno fa ho letto un interessante blog sul New York Times che mi ha aperto gli occhi sull’approccio allo studio delle lettere che si ha dall’altra parte del mondo. L’articolo è scritto da Arnold Weinstein, professore di letterature comparate alla Brown University, quindi come potrete immaginare di parte, e titola: “Non allontanatevi dall’arte della vita”.
Dallo scritto traspare chiaro quale sia in America la mentalità imperante e deleteria di fronte alle lettere: “Con i romanzi non si campa, non si fa PIL, non si creano aziende, né si fa avanzare la ricerca scientifica e quindi non vanno studiati”.
Superfluo dire che a un umanista come nel mio caso pianga il cuore ogni volta che legge queste cose o le sente. Ci si fa il callo chiaramente, ma dentro qualcosa che si rimesta c’è sempre.
Il professor Weinstein è profondamente convinto che le grandi opere d’arte ci diano spunti di riflessione importanti sulla nostra identità e il mondo circostante come qualcosa di più mobile di quanto il mondo della scienza o i nostri sensi ci indichino. L’arte, e in particolare la letteratura, ci insegna a guardarci dentro per conoscerci. Scrive il professore: “Le arti non possono più competere con il prestigio e il ritorno in termini economici promessi dallo studio delle discipline STEM”, una sigla usata nel mondo anglofono per incorporare le scienza, la tecnologia, l’ingegneria e la matematica, ma, continua Weinstein, “persino i computer più evoluti o gli statisti più intelligenti sono persi quando si deve fare una mappatura della nostra psiche”.
Un simpatico aneddoto raccontato nell’articolo è poi il seguente: “ ‘Quanto sai di Shakespeare?’ chiesi una volta a un’amica che aveva dedicato gran parte della sua vita a studiare il bardo. Mi rispose: ‘Non tanto quanto egli sappia di me.’ Ricordatevi questo la prossima volta che qualcuno vi dice che la letteratura è inutile.” E’ importante aprire gli occhi su chi siamo noi e dove andiamo, e questo succede attraverso la letteratura e gli studi umanistici. “Un’educazione umanistica non riguarda la memorizzazione di poesie o sapere quando X ha scritto Y e cosa Z ha avuto da dire in proposito. Riguarda invece la conservazione della memoria umana disponibile nelle biblioteche, nei musei, nei teatri e, sì, anche online. Questa memoria è viva e respira; non è calcolabile e non si può insegnare tramite numeri o punti. Richiede al contrario qualcosa che non dobbiamo mai dimenticarci di fare ad esempio quando compriamo dei vestiti: provarli.”
In queste parole riecheggia l’insegnamento del nostro compianto Umberto Eco, che ci ha esortato a rimanere attenti, custodi della memoria per non perdere la nostra anima. (U. Eco, Sulla memoria. Una conversazione in tre parti, 2015 https://www.youtube.com/watch?v=Hq66X9f-zgc)

Fonte dell'articolo: http://www.nytimes.com/2016/02/24/opinion/dont-turn-away-from-the-art-of-life.html?_r=0

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Negli anni dell'avvento dei PC, di internet e delle tecnologie, uno dei pensieri più grossi è stato di fare una sorta di film di Two Lives. Mi ha sempre intrigato la possibilità di rendere fruibile il testo anche a chi di norma non legge, pensando a un'eventuale pubblicazione, ma mi sono resa conto che il progetto è titanico. Servono strumenti e tempo oltre che soldi e attori che dovrebbero prestarsi a recitare il testo; bisognerebbe filmare e montare il tutto, ma io non ho le competenze per farlo, e quindi ho sempre rimandato quest'idea ambiziosa, che, nonostante le criticità, non ho mai completamente abbandonato. Dal momento che sento la necessità di passare i fogli scritti a mano e per giunta a matita su computer perché temo si deteriorino, e dato che Two Lives ha troppe caratteristiche grafiche che lo allontanano da un'opera standard, con un testo che si appropria pesantemente del foglio di carta occupandolo per intero, cosa molto chiara a livello visivo, ho pensato opportuno accostare alla parola scritta anche un contenuto visivo.
Viviamo ormai in un'epoca dove è più facile giocare con foto e simboli, completamente soggiogati come siamo dal potere dell'immagine, sia nel senso di realtà visiva, sia nel senso di rappresentazione o raffigurazione che ricostruisce la realtà oggettiva rendendone spesso solo una parte, a seconda dei fini di chi la manipola; per questo sento la necessità di poter amplificare il messaggio del testo accostando immagini oniriche, concrete o surreali. Messi di fronte al testo, non si tratterebbe più di una semplice lettura, ma di un'esperienza dove altri sensi sono chiamati in causa, e visto che ancora non posso realizzare il sogno di un vero e proprio film con un sonoro, almeno mi cimento con la parte grafica, nell'attesa di concretizzare il resto con un po' di fortuna.
Mi sono avvicinata alla grafica molti anni fa, quando lavoravo ancora in casa editrice, e mi si è aperto un mondo fatto di materiali, finalità comunicative, progettazione e gusto estetico per la fotografia; in seguito, spinta dalla mia amica Mariachiara, che mi ha avvicinato al photo editing alcuni anni fa, ho cominciato a manipolare immagini e creare nuovi contenuti.
La grafica smette di essere strumento tecnico e semplice abbellimento di un testo quando si carica di emozioni e significato. In quel momento diventa essa stessa parte del prodotto artistico, modalità espressiva oltre che estetica, ed è proprio questo punto che voglio raggiungere.
In vista di un'ipotetica pubblicazione, non si tratterebbe più di una sequenza di lettere stampate su carta, questo lo facciamo già da secoli con innumerevoli opere. Non che io sia alla ricerca di qualcosa di innovativo, ma semmai di un modo per rendere il testo più accessibile, più completo e più intrigante per il lettore.
Non ho idea di quanto tempo mi ci vorrà, se più o meno di un anno, non bisogna mai spingere o darsi scadenze, il tempo per portare a termine i progetti è sempre elastico e soggetto a moltissime variabili.

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Mai come in questi giorni si sta scrivendo, discutendo e manifestando sul tema della famiglia.
In Italia ben poco si fa per le giovani coppie e la costruzione della famiglia: pochi contributi monetari, liste infinite per entrare in scuole e asili, congedi di maternità ridicoli, congedi di paternità praticamente inesistenti. Non sorprende che le coppie tardino a sposarsi o fare figli, quando non c'è nessun sussidio per mutui e affitti, quando entrare in una graduatoria per una casa popolare è più difficile che avvistare degli Ufo. Stupisce però anche la chiusura mentale della popolazione italiana in merito a questa situazione, perché ancora alla donna spetta la cura quasi esclusiva del figlio e sempre la donna deve rinunciare spesso a lavori più remunerativi o più gratificanti per via dei figli. Non deve stupire che oggi si facciano pochissimi figli con queste premesse e che le morti abbiano superato numericamente le nascite nel nostro paese. Le donne valutano il loro ruolo nel mondo e vogliono rappresentare qualcosa di più a livello sociale piuttosto che chiudersi all'interno del claustrofobico cerchio famigliare. Oggi le donne vogliono soprattutto poter scegliere e sempre meno sono disposte a sacrificare tutto per un bebè; questo succede perché nonostante i traguardi e l'emancipazione conseguite per esempio con la legge 194 e la legge sul divorzio ancora oggi l'unica persona a doversi o vedersi imporre sacrifici è la donna. Nulla cambia per l'uomo che diventa padre, il quale continua a fare lo stesso lavoro senza carichi extra per la cura dei pargoli e spesso continua a coltivare le proprie passioni e i propri hobby fuori dall'orario di lavoro, una sorta di fantascienza per le donne. Poi, ovviamente, ci sono le eccezioni, ma questa è la realtà media della famiglia italiana.
Il modello ideale è quello della rassicurante famiglia del Mulino Bianco, dove tutti sono belli e felici, dove tutti si vogliono bene, eppure questa perfezione è soltanto apparente e spesso nei fatti molte famiglie sono distrutte, non comunicano, sono violente e in fondo stanno attaccate insieme con lo scotch. Moltissime sono fasulle, perché se anche apparentemente sembrano essere solide poi si scopre l'infedeltà coniugale, in molte marito e moglie si separano facendo subire ai figli le conseguenze della guerra all'ultimo sangue tra ex. Quanti figli vengono poi picchiati, umiliati, violentati all'interno delle mura domestiche da genitori, nonni o parenti prossimi? Quanti genitori vessano i figli con minacce o li traumatizzano?
Il quadro della famiglia "tradizionale", così come viene definita oggi, con un termine insignificante e odioso da sentire, è desolante, ed è scadente l'ergersi a depositario della verità sulla genitorialità chi è genitore, il che nel nostro paese è sinonimo di "eterosessuale e regolarmente sposato". Dal momento che il mestiere di genitore non ha niente a che fare con la capacità riproduttiva naturale o la propria situazione sentimentale è piuttosto ridicolo da parte degli eterosessuali pretendere di poter essere i migliori genitori possibili per un bambino. Ci sono casi e casi, perché piuttosto che una coppia di alcolizzati e drogati meglio che sia un single con un lavoro ben retribuito a ricoprire tale ruolo, ma qui in Italia ad oggi ancora non è possibile per un single adottare; questo perché ovviamente un bambino è meglio che stia in un orfanotrofio piuttosto che con un adulto che gli dia casa e affetto.
Non parliamo poi dei vedovi e delle vedove. Risultando di nuovo single dovrebbero perdere la patria potestà? Secondo il ragionamento di cui sopra, parrebbe di sì...
Inoltre, nell'adozione chi stabilisce che un etero sia più adatto a rivelare all'adottato che i suoi genitori biologici sono altre persone? Chi stabilisce che un etero abbia capacità educative più sviluppate di un omosessuale? Che studi scientifici provano che l'orientamento sessuale influisca sulla capacità di essere un buon genitore?
Qualcuno ironizza sul fatto che non possano essere affidati bambini a chi partecipa al Gay Pride. Forse ancora non si vuole capire che la manifestazione vuole essere palesemente provocatoria, ma perché essa urta la sensibilità dell'individuo più della mercificazione del corpo della donna, mostrata seminuda e ammiccante in pubblicità e trasmissioni televisive a ogni ora del giorno (con buona pace del MOIGE)? Perché gli eterosessuali non si scandalizzano per la violenza perpetrata sulle donne ogni giorno più che su una festa che vuole essere un grido, una provocazione, un "Ci siamo"? Come si può essere così stupidi da immaginare che tutti gli omosessuali partecipino al Gay Pride sottintendendo che siano tutti dei depravati? Si fa questo tipo di generalizzazione quando non si conoscono omosessuali, quando gli interessati all'argomento "famiglia" sono pieni di paure recondite, pregiudizi celanti omofobia e farlocca ideologia religiosa.
C'è chi non vuole la cosiddetta stepchild adoption, che sarebbe l'adozione del figlio da parte del compagno del genitore naturale in caso di morte di quest'ultimo. Secondo quest'ottica è normale che un bambino sia strappato al nucleo famigliare da cui proviene per essere affidato a estranei, dopo essere stato cresciuto, educato e allevato magari per 10 anni dal genitore naturale insieme al genitore superstite, per il solo fatto di non condividere con quest'ultimo il patrimonio genetico, come se l'essere strappati dal proprio ambiente non causasse un trauma al ragazzino. D'altronde si sa che un bambino lo prendi e lo piazzi dove vuoi, un po' come un pacchetto postale, e notate che così come il primo genitore non ha legame biologico con il bambino allo stesso modo non ce l'hanno i genitori affidatari.
Qualcuno dice che non è lecito pensare che due persone dello stesso sesso vadano a "comprare" un bambino all'estero con l'inseminazione eterologa, peraltro vietata anche agli eterosessuali in Italia. Se si parla, come si parla, di egoismo in questo caso nel volere a tutti i costi un figlio, non possiamo a questo punto tralasciare gli eterosessuali che se non riescono ad avere figli fanno qualsiasi tipo di cura e di manipolazione per poterne avere, con un accanimento che vede ancora il martirio del corpo delle donne.
In realtà non importa veramente a nessuno dei bambini, perché se interessasse veramente avere un figlio molte coppie non esiterebbero ad adottare qualche orfanello; di certo la legge italiana corre in loro soccorso rendendo le adozioni dei veri e propri calvari che vanno avanti per anni così come lo sono le cure per la fertilità, sicché le lungaggini dell'iter per adottare diventano una scusa per evitare tale strada. Non interessa a nessuno nemmeno del corpo delle donne, carne da macello, macchine per la procreazione, che arrivate al doloroso momento del parto sono spesso trattate in maniera brutale, come se fossero una fastidiosa seccatura più che degli esseri viventi sofferenti. Donne e quindi da un lato sacre perché intrinsecamente portatrici di vita e dall'altro esseri inutili per la società quando si portano dietro un figlio o quando sono in età fertile, tanto da non riuscire a trovare impiego.
Nel berciare "contro" le nuove famiglie si dimentica la dimensione umana, le difficoltà della vita e la necessità di aiutare le coppie, così a Terzigno (provincia di Napoli) succede che dei genitori (eterosessuali) siano costretti a rubare degli omogenizzati in un supermercato per il figlio di 4 mesi. La polizia paga il conto, ma in che società tanto favorevole e attenta alle famiglie si registrerebbero questi fenomeni?
In realtà queste finte attenzioni sono delle mere coperture alle nostre ipocrisie e alle nostre abiezioni. E' ora di far cadere il velo, di riconoscere i fatti e l'esistenza dei nuclei famigliari circostanti senza cadere in errori logici o nel fanatismo religioso che, oggi più che mai, sta creando disagio e odio.

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Pubblico qui di seguito una mia traduzione del testo dell'introduzione de “L’Alchimista” di Coelho, che ci illumina molto sul nostro percorso, sugli ostacoli che ci distraggono dai nostri obiettivi e sull’importanza di crederci come unica cosa che conta nella vita.

- Ricordo di aver ricevuto una lettera dall'editore americano Harper Collins che diceva: “leggere L'Alchimista è stato come alzarsi all'alba e vedere il sorgere del sole mentre il resto del mondo ancora dormiva.” Uscii, guardai in alto il cielo e pensai tra me e me: “Allora il libro sarà pubblicato in inglese!” A quell'epoca stavo lottando per affermarmi come scrittore e seguire la mia strada nonostante tutte le voci mi dicessero che era impossibile.
E poco a poco, il mio sogno stava diventando realtà. Dieci, cento, mille, un milione di copie vendute in America. Un giorno, un giornalista brasiliano mi telefonò per dirmi che il presidente Clinton era stato fotografato mentre leggeva il libro. Tempo dopo, mentre ero in Turchia, aprii la rivista Vanity Fair e c’era Julia Roberts che dichiarava di adorare il libro. Mentre camminavo per una strada di Miami, udii una ragazza che diceva a sua madre: "Devi assolutamente leggere L'Alchimista!"
Il libro è stato tradotto in 56 lingue, ha venduto più di 30 milioni di copie e la gente comincia a chiedersi: Qual è il segreto dietro a un successo così grande?
L'unica risposta sincera è: Non lo so. Tutto ciò che so è che, come Santiago il pastore, tutti abbiamo bisogno di essere consci della nostra chiamata personale. Che cos'è la chiamata personale? E’ una benedizione divina, è il percorso che Dio ha scelto per noi qui sulla Terra. Ogni volta che facciamo qualcosa che ci riempie di entusiasmo, stiamo seguendo la nostra leggenda. In ogni caso, non tutti abbiamo il coraggio di confrontarci con il nostro sogno.
Perché?
Ci sono quattro ostacoli. Primo: dall’infanzia in poi ci viene detto che tutto quel che vogliamo fare è impossibile. Cresciamo con questa idea e, man mano che gli anni si accumulano così fanno anche gli strati di pregiudizio, paura e senso di colpa. Poi arriva un tempo in cui la nostra chiamata personale è sepolta talmente in fondo al nostro cuore da risultare invisibile. Eppure è sempre lì.
Se avessimo il coraggio di dissotterrare il nostro sogno, dovremmo allora affrontare il secondo ostacolo: l’amore. Sappiamo cosa vogliamo fare ma abbiamo paura di ferire quelli che ci stanno attorno abbandonando tutto in modo da inseguire il nostro sogno. Non capiamo che l’amore è solo un ulteriore stimolo, non qualcosa che ci impedirà di andare avanti. Non riusciamo a capire che chi ci augura ogni bene in modo sincero vuole che siamo felici ed è pronto ad accompagnarci nel viaggio.
Una volta che abbiamo accettato che l’amore è uno stimolo, ci ritroviamo di fronte al terzo ostacolo: la paura della sconfitta che incontreremo durante il cammino. Noi che lottiamo per i nostri sogni soffriamo di più quando qualcosa non funziona, perché non possiamo rifugiarci nella vecchia scusa: “Oh beh, comunque non volevo veramente riuscirci.” Vogliamo ciò che stiamo perseguendo, sappiamo che abbiamo scommesso tutto su questo e che il percorso della chiamata personale non è più facile di qualsiasi altro, al di là del fatto che tutto il nostro cuore è dentro questo viaggio. Quindi, noi, guerrieri della luce, dobbiamo essere preparati ad avere pazienza nei momenti difficili e sapere che l’Universo sta agendo in nostro favore, anche se probabilmente non capiamo come.
Mi chiedo: le sconfitte sono necessarie?
Beh, necessarie o no, capitano. Quando iniziamo a lottare per i nostri sogni, non abbiamo esperienza e facciamo molti errori. Eppure, il segreto della vita è cadere sette volte e rialzarsi otto.
Quindi, perché è così importante vivere la propria chiamata personale se soffriremo soltanto più delle altre persone?
Perché, una volta che superiamo le sconfitte – e le supereremo – siamo pieni di un maggiore senso di euforia e fiducia. Nel silenzio del nostro cuore, sappiamo che stiamo provando a noi stessi di meritare il miracolo della vita. Ogni giorno, ogni ora, fa parte della battaglia. Cominciamo a vivere con entusiasmo e piacere. La sofferenza intensa e inattesa passa più in fretta della sofferenza che sembra sopportabile; quest’ultima va avanti per anni e, senza che la notiamo, divora la nostra anima, fin quando, un giorno, non siamo più in grado di liberarci dall’amarezza e questa rimane dentro di noi per il resto della nostra vita.
Dopo aver dissotterrato il nostro sogno, usato la forza dell’amore per nutrirlo e speso molti anni della nostra vita con le cicatrici, improvvisamente notiamo che quello che abbiamo sempre voluto è lì, ci sta aspettando, forse proprio il giorno dopo. E’ allora che arriva il quarto ostacolo: la paura di realizzare il sogno per cui abbiamo combattuto tutta la nostra vita.
Oscar Wilde diceva: “Ogni uomo uccide ciò che ama.” Ed è vero. La sola possibilità di avere quello che volevamo riempie l’anima della persona comune di un senso di colpa. Guardiamo attorno tutti quelli che hanno fallito nell’ottenere quanto volevano e sentiamo che non meritiamo di ricevere quanto volevamo neppure noi.
Dimentichiamo tutti gli ostacoli che abbiamo superato, tutte le sofferenze patite, tutto ciò cui abbiamo rinunciato per arrivare così lontano. Ho conosciuto molte persone che, quando la loro chiamata personale era a portata di mano hanno continuato a commettere una serie di stupidi errori e per questo non hanno mai raggiunto il loro obiettivo – quando era solo a un passo da loro.
Questo è il più pericoloso degli ostacoli perché ha una specie di aura sacra: il rinunciare alla gioia e alla conquista. Ma se credi di essere degno di raggiungere ciò per cui hai combattuto così duramente, allora diventi uno strumento di Dio, aiuti l’Anima del Mondo, e capisci perché sei qui.

Paulo Coelho
Rio de Janeiro
Novembre 2002

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E’ difficile commentare la vita di un uomo che ci lascia all’improvviso, rispecchiando in questo modo la sua personalità artistica fuori dagli schemi e sempre pronta a sorprendere. David Bowie è stato questo: artista versatile e poliedrico; oltre che cantautore e musicista fu attore, pittore e non da ultimo, icona pop che ha fortemente influenzato la cultura dal 1969 a oggi. La sua lunga carriera, che copre 5 decadi, si conclude con “Blackstar”, l’ultimo album uscito il giorno del suo compleanno, l’8 gennaio. L’attività artistica arriva quindi a coincidere con la stessa vita di Bowie, come accade spesso agli artisti più grandi, che sono prolifici fino alla fine. Nel congedarsi da noi ci lascia 27 album, che contengono canzoni diventate pietre miliari della musica pop-rock: Space Oddity, Changes, Fame, Heroes, Let’s Dance, Where Are We Now? Oh! You Pretty Things, Life on Mars, Starman, Suffragette City, Five Years, The Jean Genie, Drive-In Saturday, Let’s Spend the Night Together, Rebel Rebel, Blue Jean, Dancing in the Street, The Man who Sold the World.
Dei tanti articoli che ho letto e dei servizi passati in televisione a commentare la notizia della morte mi hanno colpito queste parole, che sono di una fan, quindi molto forti, e che condivido con voi:

“David Bowie è morto.
Fa strano: chi conosce Bowie sa bene come nel tempo ci siamo abituati a continue morti e rinascite; l'abbiamo visto per Ziggy, per il Maggiore Tom, per il Duca Bianco e ancora e ancora tutti gli altri personaggi che è stato. Bowie ha vissuto tante vite e altrettante morti, anestetizzandoci all'idea che un giorno se ne sarebbe andato l'attore principale, il protagonista di questa grandissima rappresentazione teatrale; lo abbiamo veramente creduto immortale per tutte le volte che è morto ed è rinato dalle sue ceneri.
Ma questa volta, signori miei, il sipario si chiude per davvero e lo spettacolo non si ripeterà.
Il pubblico applaude.
Si alza in piedi.
C'è chi si è commosso, chi se lo porterà nel cuore, chi è rimasto interdetto, chi non è convinto sul finale, chi invece avrebbe raccontato la storia in maniera diversa.
E poi escono tutti da quel teatro, un po' stanchi perché tutto sommato non è durato poco.
David Bowie non ha fatto arte, era egli stesso l'arte: ha spostato l'asse d'interesse dal prodotto al produttore; Bowie non è mai stato solo musica, era di più, e quel di più era rappresentato dalla sua stessa persona. Ha fatto storcere il naso a tanta gente perché uno come lui non lo puoi catalogare, non puoi ragionarci su a compartimenti stagni. Ma, d'altro canto, stiamo pur sempre parlando di un uomo che da un giorno all'altro ha smesso di fare musica per poi tornare dieci anni dopo con un album fenomenale. Come lo cataloghi uno così? Non puoi, perché semplicemente non c'è anche solo un altro David Bowie con cui poter stabilire una comparazione. E non ci sarà, è inutile illuderci; se mai ci sarà, non saremo così tanto fortunati da poterlo vedere nel corso della nostra vita. Dopo Michelangelo Buonarroti, abbiamo dovuto aspettare quattro secoli per conoscere Pablo Picasso.
Da Starman a Blackstar: come abbiamo potuto non accorgercene? L'uomo delle stelle è diventata una stella nera, ed eravamo tutti seriamente convinti che ci fosse dietro chi lo sa qualche grande pensiero nichilista, e invece era solo un modo non troppo violento per dirci che era ormai una stella morente.
Non l'avevamo capito, David.
Scusaci, evidentemente dovevamo ascoltarti meglio.
Ma scusaci anche per il nostro infinito egoismo: speravamo di vederti dal vivo un'ultima volta, lo gridavamo disperati; sono certa che tu ci abbia sentito. La realtà è che i fan sono egoisti: pensano di avercele tutte per loro, le stelle. Penso a quanto sia stato faticoso fare tutto quello che hai fatto per “Blackstar” da malato terminale quale eri. Non l'abbiamo capito in tempo. E siamo stati egoisti perché chiedevamo anche di più.
Il sipario si è chiuso, inaspettatamente.
Non c'è nulla di meno originale della morte, che ci accomuna tutti a prescindere dall'età, dalla nazionalità, dal ceto sociale e dalle idee politiche, eppure hai sorpreso persino in questo.
Grazie, David.”

Credits Rita Ippolito Artista: https://www.facebook.com/Rita.Ippolito.Art/photos/a.1716048261947406.1073741831.1715216502030582/1734890530063179/?type=3&theater

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Tempo di bilanci il 31 dicembre. È stato l'anno di EXPO per Milano eppure nella mia mente è già un ricordo lontano, forse perché non l'ho visitato. È stato un anno di molto lavoro a livello personale, non solo per via di EXPO, e di molti cambiamenti che sono solo un assaggio del 2016 imminente. Dovremo stringere i denti con la chiusura dell'ente, sarà impegnativo ma ce la caveremo. Passeremo sotto l’Università, ma ancora non si sa con che modalità e nemmeno sotto quale. Purtroppo il 2015 non ha portato novità a riguardo.
Il 2015 ha portato principalmente viaggi e gite fuori porta: Genova, Torino, Praga, la Carnia e in generale il Friuli, l'Emilia Romagna, la Svizzera e le Marche con Offida. L’anno è stato tranquillo sentimentalmente e soddisfacente, ho tagliato il traguardo dei 200 componimenti e continuo nella mia variegata produzione. Nel 2016 si continua a scrivere, ho diversi progetti in mente o in “cantiere”.
Quest’anno mi ha portato a investire i miei soldi (non senza un po' di tensione) ma soprattutto mi ha rivisto tornare a cantare. Sono soprattutto contenta di questa decisione, ponderata e meditata a lungo, per nulla scontata. Sono soddisfatta di essere riuscita a entrare alla CLA e di essermi integrata con gli altri nonostante la mia salute vocale sia attualmente precaria e io non sia ancora del tutto a posto. Domani si inizia l'anno con un concerto di buon auspicio presso la Villa di Lainate, che farà da apripista per altre esibizioni importanti. Mi serve questa intensità di esibizioni per crescere ancora artisticamente. La sfida è aperta per vedere dove posso arrivare.
Quindi l’anno che arriverà sarà intenso, cercherò di curare la mia salute, e non solo vocale, ma anche più in generale cercherò di curare i miei disturbi e di rimettermi in forma nella speranza che il lavoro porti buon frutto.

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Ho appena finito di leggere il libro di Paulo Coelho "L'alchimista" e ne sono rimasta colpita. Apparentemente esso racconta la storia di Santiago, un pastore, che parte alla ricerca di un tesoro nascosto, inseguendo un sogno che ha fatto, in realtà la storia è un simbolo, una metafora del viaggio che ognuno di noi fa.
Il testo è molto semplice a livello lessicale e la narrazione degli eventi è piana, senza flashback, stacchi tra diversi scenari e personaggi, non si concentra su flussi di pensiero, ecc. La narrazione è talmente semplice che il racconto risulta idoneo anche per i ragazzini. Il messaggio portante del testo è un invito a seguire i propri sogni e le proprie inclinazioni, anche se, scrive l'autore nell'introduzione, nel farlo ci troviamo a dover affrontare 4 tipi di ostacoli: il fatto che sin dall'infanzia veniamo abituati a credere che sia impossibile ottenere tutto ciò che vogliamo, l'amore per gli altri che ci porta a temere di ferirli in caso abbandonassimo tutto per inseguire i nostri sogni, la paura del fallimento e la paura di riuscire ad arrivare dove vogliamo.
Coelho con molta naturalezza descrive questi quattro momenti psicologici che ci possono allontanare dai nostri sogni, spiega come superarli e conclude, sempre nell'introduzione, che solo vincendo questi ostacoli e ritenendoci degni di quello che desideriamo e per cui abbiamo tanto faticato diventiamo strumento di Dio, aiutiamo quella che definisce l'Anima del Mondo e capiamo il significato della nostra vita, il motivo per cui siamo qui.
Questo racconto funziona quindi da Exemplum come nell tradizione medioevale, può essere una guida e funzionare da sprone a continuare a seguire la nostra strada.

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“Mani in alto!” e Franz compare con le mani alzate di fronte a un muro sulla copertina del suo primo EP, etichetta Kosmos Beat Records.
E’ bello oggi vedere nelle proprie mani il frutto di tanto lavoro e tanta dedizione. Ricordo ancora quando sentii per la prima volta le canzoni registrate in studio e pronte per la stampa; ero seduta, concentrata per ascoltare, tenevo le cuffie premute sulle orecchie e di colpo pensai che questo CD non poteva rimanere chiuso in un cassetto, bisognava pubblicarlo perché era troppo bello. Per questo sono rimasta piacevolmente colpita quando mercoledì scorso Francesco Lubrano nella sua trasmissione “Sette Note” su Radio Bla Bla ha espresso lo stesso pensiero, e ho abbozzato un sorriso soddisfatto.
Dentro "Hands Up!" c'è la storia di Franz: gli amici storici Flax e Galvax, che hanno lavorato alla realizzazione dell'album presso lo studio Triavox, e Sonia Previato, che ha curato la grafica, ci sono gli anni di impegno musicale di Franz, che ha composto e portato in giro le sue canzoni prima con gli Yellow Flag e poi da solo, con tanta grinta. Ci sono il sostegno di Fossati Sound Agency, i tanti palchi calcati, l'esperienza del buskeraggio e i concerti benefici per le cause sociali che hanno costruito la storia musicale di Franz e gli hanno fatto guadagnare il titolo di "social rocker" sul campo.
Dentro "Hands Up!" ci sono le tematiche di questo "rock sociale", una risposta a una società spesso chiusa e alienante, immorale e individualista: la denuncia della guerra, estremamente attuale, fatta per l'arricchimento di pochi a discapito della collettività (War), l'ipocrisia delle classi politiche che hanno imparato a costruire il potere di cui abusano sulla menzogna (Lies), il grido di sofferenza di chi si trova in difficoltà (My Oldself). Personalmente credo che la mia canzone preferita sia War, estremamente intensa, tanto che a sentirla mi batte forte il cuore. Sento una forte energia provenire da questo pezzo, soprattutto nella parte strumentale.
"Hands Up!" è quel momento di riscatto che arriva nel denunciare le situazioni oscure che vediamo ogni giorno intorno a noi, è quel momento in cui sembra essere arrivata la resa perché ci si trova di fronte a un muro e invece che arrendersi si gioca il tutto per tutto. "Hands Up!" è insomma un grido di speranza di fronte a ingiustizie e problemi, un invito a non mollare mai e a credere in se stessi. Sono felice di aver visto nascere questo bel CD punk rock. Sentirlo dà la carica e tutti quelli che l'hanno acquistato finora si sono complimentati per l'alto livello musicale di questo lavoro.
Dal canto mio, sono contenta di aver dato un contributo alla realizzazione dell'opera, fotografando Franz per la copertina in un pomeriggio di fine ottobre.

"Hands Up!" è in vendita a ogni concerto, alle presentazioni e attualmente presso:

- Edicola Alfa (Paderno Dugnano, via Roma, 23)
- Libreria Hemingway & Co (Monza, via Bergamo, 8)
- Cinema Metropolis (Paderno Dugnano, Via Oslavia, 8)

Prezzo: 7 euro

Segui Franz!
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Aggiornamenti sul CD
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Days are over, worlds collide.[...]
As I sit in an empty room
By your side waiting for nothing,
I watch the white ceiling illuminated
By neon lights, showing
Your pale face.
You're the man who couldn't save his life
But who really can?
[...]
Tonight I'll take your hand
And hold it through the night.

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Il 16 settembre ho iniziato una nuova attività presso la Corale Lirica Ambrosiana e sono molto soddisfatta. Si tratta di un coro lirico, che esegue principalmente opere in versione integrale e concerti con pezzi tratti da opere, ma non disdegna la musica sacra, ecc.
Mi sono presentata all'audizione come Soprano II, bluffando un po', lo confesso, per essere sentita dal Maestro ed entrare nel coro senza problemi, dato che i secondi sono sempre richiesti e ricercati. In realtà ho sempre cantato ufficialmente nei primi ma sconfinando di volta in volta nei secondi qualora fosse necessario per le esigenze del coro. Non mi sarebbe neanche spiaciuto cantare da mezzo tutto sommato, anche se l'abitudine e l'inclinazione naturale mi portano in automatico a eseguire la linea melodica più acuta.
La cosa importante è che ce l'ho fatta, e ora sono in una realtà molto importante e attiva nel panorama milanese. Abbiamo 11 concerti già fissati per la stagione e attualmente abbiamo già montato Il Barbiere di Siviglia presso il Teatro Serpente Aureo di Offida (AP), che ha visto impegnati solo gli uomini, mentre presto scenderemo nelle Marche a proporre il Nabucco, per cui abbiamo partecipato tutti, sia uomini che donne.
Essendo appena entrata in questo coro ho molto da studiare e sono molto impegnata, perché le prove non sono sufficienti per conoscere ed eseguire l'opera a memoria. Di giorno in giorno miglioro, imparo e so che ce la farò per il 21 novembre.
Riflettendo, si fa sempre più chiara in me l'idea che se non avessi bazzicato in altri 4 cori più piccoli non avrei potuto essere qui adesso. L'esperienza è quella che ti insegna come affrontare gli impegni e stare sul palco, la tecnica da sola non basta.

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Lasciatemi dire una cosa che ho già detto e che colgo l'occasione di approfondire: Come si stava bene quando su internet eravamo pochi, 8-10 anni fa! Quanto era più bello navigare tra noi, pochi, noti, disadattati, problematici e asociali forse, ma intelligenti, acculturati e avanti, senza imbattersi in tutta quella gente che nella realtà di tutti i giorni cerchi di evitare come la peste e che su internet non ci stava. Ora invece te la trovi in mezzo ai piedi perchè stare sui social è figo...
Era fantastico trovarsi in un forum dopo il login come se fosse un bar, con i soliti 10-15, tutti i giorni e raccontarsi senza avere la minima idea di che faccia avesse l'altro o di dove stesse. Questa magia è svanita, e ora siamo sempre connessi con tutti, sempre contattabili, sempre raggiungibili anche da chi ci dà fastidio e non lo vorremmo sempre addosso.
Quante persone che ho su facebook e che frequento davvero con un rapporto personale, non dico giornaliero ma quasi? Pochissime.
Gli altri continuano a essere persone che ho conosciuto in passato e non vedo più, persone superfidate conosciute online e con cui c'è una fratellanza d'animo, persone che ho conosciuto dal vivo che però non vedo spesso o magari incontrate poche volte che però sono sulla mia stessa lunghezza d'onda. Sono contenta di non “avere il mondo” su Facebook, di non avere cioè una miriade di contatti di gente squallida, che guarda il tuo profilo per sparlare, che viene a commentare le cose che pubblichi spargendo solo ignoranza con i suoi commenti, di non avere quelli che guardano tutto quel che fai e si lamentano perché non li inviti fuori se fai una cena di gruppo perché onestamente non li sopporti, quelli che ti chiamano perbenista perché tu hai smascherato le loro tendenze razziste od omofobe e loro devono invece autoassolversi, quelli che ti criticano con un post ma non hanno il coraggio di dirti in faccia le cose, quelli che se gli scrivi leggono ma non ti rispondono, quelli che rosicano dei tuoi successi e godono dei tuoi insuccessi, quelli che devono sempre litigare sui post pubblici e non hanno ancora capito come si sta su internet. Come sono contenta di non averli tra i piedi, e mi spiace di imbattermi nei commenti idioti che spargono su pagine di personaggi pubblici o sugli articoli delle testate giornalistiche.
Mi spiace per quelli che se li sono aggiunti tra gli amici e non hanno il coraggio di cancellarli perché poi hanno paura di fare brutta figura, io prima di aggiungere qualcuno ci penso bene. E’ così che evito che i miei fatti si sappiano da questa gentaglia ed è così per esempio che non mi ritrovo persone che potrebbero dirmi dall’alto della loro levatura culturale (…) che non ci capisco niente di letteratura, di lingue, di traduzione, di didattica delle lingue straniere linkandomi una pagina di Wikipedia a mo’ di fonte di informazioni sicchè io possa istruirmi… Una cosa simile è successa a un mio amico, diplomato al Conservatorio, a cui è stato consigliato di studiare musica e di informarsi a riguardo leggendo la pagina Wikipedia “Storia della Musica”. Credo che se fosse successo a me, dopo 10 anni passati in Università e i titoli acquisiti, sarei andata dal mio interlocutore e gli avrei sputato in un occhio dal vivo, che rende meglio.
Purtroppo il mondo è fatto così, e questo grazie all’avvento della TV commerciale che ha portato negli ultimi 30 anni a un cambio di rotta, con la nascita di telegiornali sensazionalistici sempre più all’americana, alla creazione di programmi spazzatura come i reality dove non ci sono più capacità valutate ma si finisce in televisione solo perché si mette in mostra se stessi oppure di talent show dove chiunque abbia un briciolo di capacità debba per forza combattere con altri concorrenti per un premio e far vedere quanto vale al mondo, nonché all’invasione dei Talk Show dove tutti urlano, litigano, con un incremento della gente che non ha idee o conoscenze sue e che si arroga il diritto di pontificare su tutto. La mancanza di umiltà e l’esaltazione di queste personalità senza cervello da parte di chi dirige i programmi e li mette sotto i riflettori ha creato mostri che criticano astronauti che vanno nello spazio solo perché si permettono di divulgare il loro sapere e le loro conoscenze. Questi mostri di pochezza trovano terreno fertile nelle menti della maggioranza che li prende a modello e che non solo li osanna, ma si comporta parimenti, denigrando e insultando chi sa più di loro, chi è diverso, chi ha idee diverse dal gruppo, chi ha capacità argomentativa.
Dove stiamo andando? Verso il nulla, verso una non-società, perché se anche siamo un gruppo di persone che abitano in una stessa città o nazione, non possiamo fondare una società se c’è ignoranza e se manca rispetto verso il prossimo.

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Sono stata molto felice delle vacanze estive quest'anno.
Il tempo passato al mare e in montagna con il mio fidanzato è stato bellissimo ed è volato via troppo in fretta; al mare ho visto le mie amiche Petra, che sta molto meglio rispetto all'anno passato, e Angela, che mi ha dimostrato di essere una bravissima cuoca oltre che essere stata di un'ospitalità eccezionale. In montagna è stato tutto talmente bello che arrivato il giorno di tornare a casa ero così contrariata che abbiamo allungato di un giorno in più il soggiorno. Probabilmente non ero pronta al rientro. Sono state vacanze all’insegna della musica, della complicità, fatte di incontri e ho scoperto il passato del mio ragazzo, le sue radici. Mi ha fatto molto piacere e ora credo di conoscerlo ancora di più.
Il mio viaggio a Praga con Gaia è stata un’altra bellissima esperienza di un’estate ricca. Ormai io e lei siamo rodate per vacanze e gite, ci troviamo sempre bene perché siamo sulla stessa lunghezza d'onda. Che bella città Praga, sospesa tra l'antichità di cattedrali e basiliche, tra il castello dove i re controllavano la città con il fiume in uno sguardo e il multiculturalismo dei suoi quartieri pieni di esercizi commerciali, brulicanti di gente che aspetta il tram o esce dalla fermata della metro per andare a prendere il treno suburbano a Namesti Republiky... C'è il quartiere antico con l'orologio astronomico, con tutta la gente che aspetta lo scoccare dell'ora per vedere uscire dalla torretta prima il galletto d'oro canterino e poi lo scheletro che esce scuotendo la campanella. C'è la Biblioteca del 1600 con annesso l'osservatorio astronomico, la passeggiata sulla Moldava e il ponte Karlov brulicante di artisti di strada. C'è il quartiere ebraico con le Sinagoghe e il cimitero antico; qui tutto è legato alla cultura ebraica, affascinante e ricca di rituali, alla storia del 1900 e alla deportazione di un popolo, ma la ricchezza delle vie limitrofe con bellissimi negozi (italiani) di alta moda è ben visibile. C'è la zona popolare con la torre televisiva, la pinacoteca e la collina panoramica con un grande parco.
Come succede a tutti i rientri dalle vacanze, è stata dura tornare a casa. Non ero mai stata in Europa orientale e sono rimasta colpita da Praga. Sapevo che la città fosse definita una Parigi in miniatura ma non la immaginavo così tanto bella. La difficoltà è stata inizialmente dovuta all'impatto con la lingua del posto a livello di indicazioni stradali e all'uso della valuta locale, la Corona ceca, ma la città è godibilissima e si gira tranquillamente a piedi e con i mezzi.
A ricordare Praga, adesso non vedo l'ora di ripartire alla scoperta di una nuova capitale!

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Dopo essere stata a Genova per la mostra di Frida sono andata a Torino prsso Palazzo Chiablese per visitarne un'altra dedicata a Tamara de Lempicka. Oltre alle opere scelte, che sono circa un centinaio, sono presenti numerose foto in cui la bionda pittrice compare nella sua eleganza o dove vengono raffigurate le sue modelle, che furono in alcuni casi anche sue amanti. Ma oltre all'attenzione per luci e ombre con il sapiente uso dei colori, oltre ai particolari dei vestiti che ricordano l'opulenza della società che Tamara frequentava, oltre alla fisicità squadrata dei soggetti, cogliamo nell'autrice il grande amore per la figlia Kizette e la devozione verso la Madonna. È una personalità forte e sfaccettata quella della Lempicka, pilastro dell'art déco, e per questo non sempre compresa dalla critica.
Alla fine della mostra mi sono concessa un giro della città, nel centro pullulante di giovani musicisti di strada e lungo le rive del Po ai Murazzi.

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La verità. Una gran bella cosa la verità, la vogliono tutti in tasca perché averla porta anche ad aver ragione. Tutti hanno la loro, purtroppo, e cercano di dare spiegazioni, giustificazioni e finiscono per fare dei ragionamenti che non hanno nulla di logico. Invece che partire dall'analisi dei fatti (dati), analizzare i rapporti di causa-effetto e giudicare in modo impersonale se i fatti sono giusti o sbagliati da un punto di vista etico-morale considerano fatti e parole attraverso il loro filtro personale e cioè valutando chi è la persona che si è comportata in un determinato modo, se è una persona importante per loro, che tipo di motivazioni ha mosso il soggetto ad agire e, quando va bene, valutano attraverso il loro impianto di valori.
Tutto questo finisce per distorcere il pensiero dalla realtà, perché il filtro personale è troppo forte e si finisce per esprimere un pensiero in base a degli stati emozionali. E’ un giudizio fluido, fortemente personale e influenzato dagli stati d’animo del momento, difficilmente stabile.
Il passo successivo in coloro che tentano di elaborare ragionamenti di questo tipo è non fermarsi a giudicare solo i meri fatti tramite le proprie emozioni (per quanto la capacità di giudizio sia già ampiamente compromessa), ma fare delle implicazioni, fare delle ipotesi usando per esempio il periodo ipotetico (“se… allora”). Se da un lato questo procedimento è logico, perde di valore quando si parte da una base reale, un evento accaduto veramente, e si trasla su un piano fantascientifico irreale. Il rischio di saltare i passaggi logici è quello di arrivare a conclusioni affrettate e fallaci che non hanno riscontro nella realtà e vivere in una propria dimensione, facendosi delle idee sbagliate sugli altri.
Questo è il procedimento adottato dai feeler più che da noi thinker che siamo soliti analizzare tutto puntigliosamente anche nel linguaggio altrui.

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L'evento più grosso che si è svolto recentemente è stata l'apertura di EXPO, quella che dovrebbe essere l'esposizione universale e che in realtà è piuttosto la pubblicizzazione del nulla. Non voglio dilungarmi sull'evento perché sono abbastanza schifata dai retroscena, non da ultimo il fatto che Farinetti sia patrono della manifestazione senza aver fatto bandi o aver partecipato a una qualsiasi selezione poiché è pappa e ciccia con Renzi. Volete forse credere che non darà al PD neanche un centesimo di quanto incasserà durante i sei mesi di apertura?
C'è stata poi una campagna mediatica che ha dipinto il movimento No-EXPO come il male assoluto. Chi è contro è un "gufo", un pessimista e non è preso in considerazione anche se le sue critiche sono corrette. Va zittito e basta, mentre va invece adorato un progetto realizzato in maniera mafiosa tra appalti, subappalti, ruberie e bustarelle, totalmente inutile per incrementare i posti di lavoro, visto che per gestire i visitatori si sono presi un sacco di volontari o gente con contratti a termine di 6 mesi quando va proprio di lusso. Inoltre EXPO creerà problemi nel momento della chiusura e dello smantellamento del sito risultando, tirate le somme tra acquisto di terreno agricolo a prezzi stratosferici, cementificazione pesante e costi di partenza lievitati alle stelle, uno spreco di denaro pubblico per l'arricchimento di imprenditori privati. Non si è persa l'occasione in seguito alla manifestazione del 1° maggio, che ha visto il ritorno dei Black Bloc che avevano infiammato il G8 di Genova nel 2001, di criticare il movimento No-EXPO anche se i manifestanti non avevano niente a che vedere con i violenti. Tutti gli incappucciati sono riusciti a sfuggire alla polizia, e questo non è un caso se pensiamo a come invece i manifestanti contro la riforma della scuola sono stati manganellati. Tutto viene orchestrato sapientemente per dirigere il consenso pubblico verso l'accettazione del neoliberismo e delle politiche economiche classiste: i poveri sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. Chi tira le fila sa come muovere le pedine, giocoforza l'indignazione della gente per chi ha sfasciato le vetrine di 2 negozi ma non per chi ce li ha messi.
Ciò che mi fa più paura è la reazione della gente, che rifiuta la violenza senza capire che spesso a furia di non venire ascoltato l'unica risposta che puoi dare per farti sentire è la violenza, senza capire che in questo caso tutto è stato pilotato, gente che rifiuta la violenza ma poi appoggia i respingimenti e i bombardamenti (!) dei barconi di clandestini in arrivo sulle nostre coste. Come sempre la coerenza è una gran cosa quando non dobbiamo applicarla noi in prima persona. A migliaia muoiono nei nostri mari ma ci si arrabbia di più per il fatto che vengano qui.
È la stessa mentalità becera e miope che applaude al Jobs Act (nome altisonante per dare un tono al nulla) che ha in pratica aggirato la discussione sull'art. 18 e ha permesso la precarizzazione di tutto il mercato del lavoro, poiché ora tutti gli imprenditori assumono a tempo indeterminato con il Jobs Act, un contratto con sgravi per 3 anni sì, ma che non garantisce l'assunzione definitiva ma permette all'imprenditore alla scadenza dei 3 anni di lasciare a casa il lavoratore. E chi tra questi sarà così stupido da non licenziare per poi assumere un nuovo dipendente dopo 3 anni? Il giochetto ha reso quindi i vecchi lavoratori con in mano un tempo indeterminato vero una minoranza esigua che lentamente si estinguerà, eppure la gente è contenta così, non si lamenta... Ancor più mi vergognerei ad essere uno di quei giornalisti che esaltano queste manovre scrivendo sotto dettatura che sono la risoluzione dei problemi o che ci sono più assunzioni ora.
La mentalità becera è quella che fa credere agli italiani che i vaccini non servono o che la carne non va data neanche ai bambini nell'età dello sviluppo. È quella mentalità di finta contestazione radical-chic che imperversa ma che si concentra sulla pagliuzza nell'occhio altrui quando nel proprio c'è una trave... È quella che porta i milanesi a pulire tutto in seguito al 1° maggio (e intanto l'AMSA risparmia sul personale e ringrazia) oppure a ripulire la città dai graffiti (AMSA si sfrega le mani). Ora che c'è EXPO infatti bisogna presentare una città splendente a qualsiasi costo e i milanesi ci tengono a dimostrare che sono bravi, puliti e civilizzati. Non dovrebbe stupire quindi che nella foga sia stato tolto anche un graffito fatto da Pao nel 2001 in un parco per bambini dietro al Castello. Pao scrive su Facebook che il giorno i cui dipinse il murales "Un vigile passò di lì e in quanto dotato di buon senso, ci disse di continuare, che lui non aveva visto niente" e oggi il movimento Retake Milano, con la tipica arroganza saccente dei falsi perbenisti, si risente del fatto che Pao stesso abbia commentato l'accaduto definendolo "avventato" ed espresso le sue perplessità cosi: "certo il murales era scolorito, con qualche pasticcio sopra, ma è evidente che per molti era ancora preferibile al noiosissimo rosa pallido che hanno scelto. Non era meglio prima parlare con i residenti? E magari contattare chi quel muro aveva dipinto, se pur senza permesso ufficiale, con il consenso dei fruitori di quello spazio?"
Vorrei che l'accaduto sia dovuto a cecità, a un intorpidimento del giudizio, invece tutto questo lo devo ascrivere alla totale assenza di tolleranza verso le espressioni artistiche e culturali della società della periferia, a un imbarbarimento generalizzato volto a cancellare (e in questo caso in maniera letterale) tutto ciò che non si conforma al modello dominante.
L'omologazione è il più gran crimine del XXI secolo, figlio dell'odio per il diverso che ha portato ai nazionalismi del secolo scorso e al nazi-fascismo.
Dobbiamo stare attenti ed educare alla tolleranza, alla pluralità di visioni, alla convivenza, altrimenti come potremo pensare a una società multiculturale?
È necessario partire da questo se vogliamo avere la speranza di far sopravvivere le culture che ci circondano, partendo dalle nostre senza per forza parlare di popoli di Asia o Africa. È la cultura del cibo locale prodotto a km zero che dobbiamo far sopravvivere e non quella delle multinazionali e dei fast food, la cultura degli abiti che rispecchiano le tradizioni e la storia piuttosto che quella delle grandi marche che producono in maniera seriale, è la cultura dei lavori che nobilitano l'uomo e lo fanno sentire utile, che non lo schiavizzano come succede invece con il finto volontariato ad EXPO (ed è solo un esempio).
Queste parole suoneranno fuori moda ma ribadisco il mio pensiero: questa è un'epoca in cui l'ottusità, la superficialità e il finto perbenismo nonché la conformità a un unico modello creano mostri. Io non vorrei vivere in questo periodo grigio, in questo posto lugubre, più spento di quanto sono spenta io in certe giornate, ma mi tocca perché non si può scegliere con chi condividere la propria vita, nè dove. Mi sento accerchiata più di un tempo da una dimensione sociale sgradevole e purtroppo gli scenari futuri mi dicono che non potrà che peggiorare.

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Current Mood: disappointed disappointed

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Ogni mattina mi sveglio e fatico ad alzarmi dal letto; ormai è noto che i miei orari di sonno sono spostati sul tardi. Qualche volta quando mi sveglio il mio cervello comincia a mettersi in moto velocemente e non posso fare a meno di tirare le somme su alcuni aspetti della mia vita. Per esempio so che ogni mattina mi alzo e mi aspetta un lavoro in un ente pubblico, che sono una della minoranza ancora tutelata da qualche straccio di legge con il mio contratto a tempo indeterminato. Per questo nei media mi chiamano "privilegiata", so che l'opinione pubblica mi ritiene tale. So che questo contratto l'ho vinto come in una partita a scacchi: ogni mia mossa è stata come una battaglia per avere quello che ho. Ho risposto a ogni tentativo di pormi in scacco senza arrendermi, tra un lavoro e l'altro, e alla fine, con un po' di fortuna e molto impegno, sono riuscita ad avere il mio posto. Ogni mattina quindi vado a fare qualcosa per il mio Paese, per contribuire e per dare un servizio, anche se la gente dice che nel pubblico impiego ci sono fannulloni (non siamo tutti così) e anche se molti utenti ci trattano come se fossimo i loro schiavi. Anche questo fa parte della partita, questo come la natura del mio contratto, che è fisso ma in realtà una scadenza ce l'ha, ed è il 2019. Difatti questa è la data in cui la struttura dove lavoro "morirà" e le università si riuniranno per decidere cosa ne sarà di noi e del Diritto allo Studio Universitario. Tutto questo se nel frattempo i governi che ci saranno da qui a 4 anni non decidano di abolire il Diritto allo Studio. Non possono farlo d'emblé, c'è bisogno di una riforma della Costituzione, ma non mi stupirei se succedesse.
Quindi spero che in questo lasso di tempo nessuno voglia muovere quelle pedine che mi metterebbero in difficoltà, come manipolare la gente e portarla a pensare che il Diritto allo Studio sia più un privilegio che non appunto un diritto fondamentale per cui bisogna eliminare fondi ed enti, oppure modificando la Costituzione in modo da eliminare i diritti che prevede. È qualcosa di cui ultimamente la classe politica si è dimostrata capace; ormai non ci stupisce più nulla di quanto fa il governo. Quello che fa paura è l'avvallo da parte dei poveracci.
L'altro scenario che si potrebbe aprire è la chiusura con assorbimento da parte dell'Università degli impiegati come da Statuto: una sorta di caduta con il paracadute, in cui avverti l'atterraggio ma in maniera soft.
E se questi accordi venissero stracciati? Dovrei ridisegnare la mia vita all'età di 39 anni, che non è semplice in un mondo del lavoro dove ormai ci sono solo tirocini e stage finti che coprono veri e propri contratti di lavoro mai sottoscritti. La possibilità di assumere a tempo determinato per 8 anni massimo per tre volte consecutive prima e il Jobs Act poi hanno fatto sì che comunque vada se resto a casa da questo lavoro non avrò più lo stesso contratto e gli stessi diritti. Non ce li avrà più nessuno che perde il lavoro da qui in poi. La precarietà è ormai diventata un nuovo stile di vita per tutti coloro che non hanno scelta e che non sono parte dell'élite che non deve lavorare per vivere, per quelli che nonostante studi e impegno non possono entrare nei posti di lavoro più qualificati e magari di prestigio perché privi delle conoscenze per arrivarci oppure perché non appartenenti alle dinastie familiari che si tramandano i ruoli di potere di padre in figlio. Questa è la realtà italiana e non sembra esserci via d'uscita.
Qualsiasi cosa mi succeda, cerco di non vivere con la data di scadenza in testa, manco fossi uno yogurt, o con l'idea che mi andrà male, ma semmai cerco di capire quali possibilità posso avere e che fare per migliorare il mio profilo lavorativo da qui a 4 anni. Forse dovrò seguire corsi o imparare qualcosa di nuovo e appetibile per le aziende ma devo pensarci ancora a fondo. Se mi va male potrei fare quello che forse dovevo fare a 20 anni: emigrare.
È fondamentale per me vincere questa partita perché voglio e pretendo una vita dignitosa. Il lavoro non si maschera con altri nomi, non si pretende volontariato e il lavoro si paga.
E non si fa come quelle agenzie di lavoro interinale specializzate a farti sentire in colpa perché non abbastanza appetibile a un mercato del lavoro dove in realtà c'è il Far West. Loro sono quelli che ci ricavano dalla disoccupazione. Fanno finta di cercarti un lavoro che non c'è e sono pagati per farlo, addirittura dall'Unione Europea. Loro sono insomma quelli che in tempi di crisi effettiva si sono creati un'occupazione nel settore dei servizi vendendo in realtà il nulla, in un'azienda che non produce niente se non schiavitù nelle ipotesi più rosee.
In più ti dicono che tu forse non ti poni correttamente, che forse non sei abbastanza preparato, abbastanza flessibile... Aveva ragione quella ragazza ieri sera in TV che diceva che siamo prostitute del lavoro. Loro fanno ricadere la colpa dell'assenza di occupazione su di te quando in realtà tu non hai niente che non va. E ci metti un po' a capirlo. Ci metti un po' a capire che non è vero, che tu non hai niente che non va. Anche questo aspetto che ti fa sentire un sacco di sensi di colpa e di incapacità, che ti fa sentire un reietto, un "drop out", fa parte della partita a scacchi.
Io aspetto la prossima mossa del mio avversario e più passa il tempo più mi sento forte: è una battaglia che spetta a me e in qualche modo ne verrò fuori vincente.

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Si potrebbero scrivere un sacco di cose su come bisognerebbe organizzare la prevenzione delle catastrofi o forse sarebbe meglio dire delle stragi come quella che si è registrata oggi al largo delle nostre coste. Non era la prima che capitava, c'è stata Lampedusa lo scorso autunno con i migranti in fuga dall'Africa affogati e le bare bianche in fila al porto e non era il primo barcone che si vedeva pieno di disperati. Chi non ricorda i barconi provenienti dall'Albania tanti anni fa?
Eppure l'opinione pubblica sembra più disinteressata, più preoccupata da altro, più concentrata su altro almeno fino a oggi. Perché oggi di gente ne è morta parecchia e questa volta è necessario trovare una soluzione preventiva che tenga in conto tutto, dall'UE allo sforzo umanitario, dalle spese da sostenere all'ISIS...
Bisogna pregare per i morti e agire ora, perché non accada più.


Erri De Luca
Lampedusa 2 ottobre 2014
da Agorà speciale Rai3, 3 ottobre 2014
Sperando che qualcuno la metterà in musica

"Preghiera Laica"

Mare nostro che non sei nei cieli
e abbracci i confini dell'isola e del mondo
sia benedetto il tuo sale
e sia benedetto il tuo fondale.
Accogli le gremite imbarcazioni
senza una strada sopra le tue onde,
pescatori usciti nella notte,
le loro reti tra le tue creature,
che tornano al mattino
con la pesca dei naufraghi salvati.

Mare nostro che non sei nei cieli,
all'alba sei colore del frumento,
al tramonto dell'uva di vendemmia
che abbiamo seminato di annegati
più di qualunque età delle tempeste.
Tu sei più giusto della terra ferma
pure quando sollevi onde a muraglia
poi le riabbassi a tappeto.
Custodisci le vite, le visite cadute
come foglie sul viale,
fai da autunno per loro,
da carezza, da abbraccio, da bacio in fronte
di padre e di madre prima di partire.

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Gennaio - Febbraio 2014
Arch Enemy: I will live again
Dream Theater: Voices
Vinicio Capossela: Che coss'è l'amor?
Pearl Jam: Sirens
Iron Maiden: The Number of the Beast (album)
Paco De Lucia: Arabesque Trio
Claudio Baglioni: Amore bello

Marzo 2014
Sting: Every little thing she does is magic
Ryan Adams: When the stars go blue
Edoardo Bennato: Una settimana, un giorno
Avenged Sevenfold: Hail to the King
Mia Martini: Almeno Tu nell'Universo
Tiromancino: Liberi

Aprile 2014
Dream Theater: Surrounded
Vincenzo Bellini: Vaga luna che inargenti
Chet Baker: Almost Blue
Francesca Michielin: Amazing
Dream Theater: Another Day
Franz Englaro: I don't know

Maggio - Giugno 2014
Vincenzo Bellini: Ma rendi pur contento
Johnny Cash: Hurt
Alterbridge: Watch over You
System of a Down: System of a Down (album)
Michael Jackson & Junstin Timberlake: Love never felt so good
Dream Theater: Innocence Faded
System of a Down: Toxicity
Franz Englaro: Love Kills

Luglio 2014
Dream Theater: Caught in a Web
Dream Theater: Take the Time
Dream Theater: Lifting Shadows off a Dream
The Clash: Police on my back
Emis Killa: Maracana
Cesare Cremonini: Logico
Franz Englaro: Out of Control

Agosto - Settembre 2014
Bruce Springsteen: Outlaw Pete
The Clash: London Calling
Blur: Tender
Dream Theater: Pull me under
Dream Theater: Wait for Sleep
Franz Englaro: War

Ottobre 2014
Sandy Denny: Late November
Dream Theater: The Dark Side of the Moon (cover)
U2: Every Breaking Wave (instrumental)
U2: The miracle of (Joey Ramone)
Franz Englaro feat. Alex Cogoli: Africa Time

Novembre - Dicembre
Dream Theater: The Mirror / Lie
Adele: Turning Tables
Dream Theater: Anna Lee
Dream Theater: Hollow Years
Aretha Franklin feat. Adele: Rolling in the Deep
Dream Theater: Trial of Tears
Franz Englaro: Lies

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Gran bella serata quella dello scorso 6 marzo presso il Circolo del PRC Casaletti per la presentazione del libro "Chiamarlo amore non si può" sulla violenza sulle donne, dove ho intervistato le mie amiche Gaia, in qualità di psicologa, e Chiara, autrice di uno dei 23 racconti contenuti nel volume. L'incontro si è aperto con una panoramica sulla genesi dell'opera, a partire dalla scelta iniziale dell'editore di far partecipare solo donne alla stesura del testo, con inevitabili diatribe sulla scelta di escludere volontariamente gli uomini dal progetto editoriale, fino alla lettura di uno dei 23 racconti, quello scritto proprio da Chiara, che mostra una ragazza adolescente inserita in un contesto familiare difficile. Chiara sottolinea la finalità educativa del libro, destinato ai più giovani ma ricco di spunti di riflessione anche per gli adulti.
Interviene poi Gaia, che ricorda quanto la violenza non sia soltanto fisica nei casi di maltrattamento, ma anche psicologica. Questa lascia segni molto profondi anche se non visibili, ed è spesso una relazione apparentemente normale che si trasforma nel tempo in un rapporto violento o, parafrasando il titolo, che non si può chiamare amore. L'uscita da queste situazioni non è semplice e Gaia porta come esempio le numerose vittime che segue per professione ogni giorno.
L'intervento è intervallato da diverse domande che dimostrano quanto sia sentito il tema da parte del pubblico. Questi rapporti se non possono essere definiti d'amore rimangono comunque guidati da sentimenti molto forti e da un legame totalizzante tra i due protagonisti.
Una risposta per contrastare la violenza sulle donne arriva da una società più equa. Siamo noi stesse che dobbiamo lottare per i nostri diritti: un salario pari a quello maschile a parità di mansioni e inquadramento, il mantenimento della legge 194, una condanna ferma della violenza verbale usata contro le donne ma anche, come faceva notare Chiara, l'uso di termini femminili anche per quelle cariche o professioni che fino a poco fa erano riservate agli uomini laddove esercitate da donne.
A fine serata sono state vendute 15 copie del libro, per un totale di 195 euro che, tolte le spese editoriali, verranno destinati all'associazione AIDOS, in particolare per il progetto di prevenzione delle mutilazioni femminili in Burkina Faso. L'opera ha infatti carattere benefico per cui sia le autrici che l'editore hanno deciso di devolvere completamente i proventi della vendita. Invito quindi all'acquisto del libro e a effettuare donazioni all'associazione, a cui è possibile destinare il 5 per mille. Sul sito dell'AIDOS sono riportati tutti i riferimenti per i versamenti: http://www.aidos.it/ita/pagine/index.php?idPagina=117
Ero felicissima di questa serata e non solo per il denaro raccolto, ma perché è raro riuscire a passare una sera intellettualmente interessante e stimolante come questa, gradita dai presenti e in cui sono passati dei messaggi importanti.

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