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Vita, morte e miracoli di Bea
Mai come in questi giorni si sta scrivendo, discutendo e manifestando sul tema della famiglia.
In Italia ben poco si fa per le giovani coppie e la costruzione della famiglia: pochi contributi monetari, liste infinite per entrare in scuole e asili, congedi di maternità ridicoli, congedi di paternità praticamente inesistenti. Non sorprende che le coppie tardino a sposarsi o fare figli, quando non c'è nessun sussidio per mutui e affitti, quando entrare in una graduatoria per una casa popolare è più difficile che avvistare degli Ufo. Stupisce però anche la chiusura mentale della popolazione italiana in merito a questa situazione, perché ancora alla donna spetta la cura quasi esclusiva del figlio e sempre la donna deve rinunciare spesso a lavori più remunerativi o più gratificanti per via dei figli. Non deve stupire che oggi si facciano pochissimi figli con queste premesse e che le morti abbiano superato numericamente le nascite nel nostro paese. Le donne valutano il loro ruolo nel mondo e vogliono rappresentare qualcosa di più a livello sociale piuttosto che chiudersi all'interno del claustrofobico cerchio famigliare. Oggi le donne vogliono soprattutto poter scegliere e sempre meno sono disposte a sacrificare tutto per un bebè; questo succede perché nonostante i traguardi e l'emancipazione conseguite per esempio con la legge 194 e la legge sul divorzio ancora oggi l'unica persona a doversi o vedersi imporre sacrifici è la donna. Nulla cambia per l'uomo che diventa padre, il quale continua a fare lo stesso lavoro senza carichi extra per la cura dei pargoli e spesso continua a coltivare le proprie passioni e i propri hobby fuori dall'orario di lavoro, una sorta di fantascienza per le donne. Poi, ovviamente, ci sono le eccezioni, ma questa è la realtà media della famiglia italiana.
Il modello ideale è quello della rassicurante famiglia del Mulino Bianco, dove tutti sono belli e felici, dove tutti si vogliono bene, eppure questa perfezione è soltanto apparente e spesso nei fatti molte famiglie sono distrutte, non comunicano, sono violente e in fondo stanno attaccate insieme con lo scotch. Moltissime sono fasulle, perché se anche apparentemente sembrano essere solide poi si scopre l'infedeltà coniugale, in molte marito e moglie si separano facendo subire ai figli le conseguenze della guerra all'ultimo sangue tra ex. Quanti figli vengono poi picchiati, umiliati, violentati all'interno delle mura domestiche da genitori, nonni o parenti prossimi? Quanti genitori vessano i figli con minacce o li traumatizzano?
Il quadro della famiglia "tradizionale", così come viene definita oggi, con un termine insignificante e odioso da sentire, è desolante, ed è scadente l'ergersi a depositario della verità sulla genitorialità chi è genitore, il che nel nostro paese è sinonimo di "eterosessuale e regolarmente sposato". Dal momento che il mestiere di genitore non ha niente a che fare con la capacità riproduttiva naturale o la propria situazione sentimentale è piuttosto ridicolo da parte degli eterosessuali pretendere di poter essere i migliori genitori possibili per un bambino. Ci sono casi e casi, perché piuttosto che una coppia di alcolizzati e drogati meglio che sia un single con un lavoro ben retribuito a ricoprire tale ruolo, ma qui in Italia ad oggi ancora non è possibile per un single adottare; questo perché ovviamente un bambino è meglio che stia in un orfanotrofio piuttosto che con un adulto che gli dia casa e affetto.
Non parliamo poi dei vedovi e delle vedove. Risultando di nuovo single dovrebbero perdere la patria potestà? Secondo il ragionamento di cui sopra, parrebbe di sì...
Inoltre, nell'adozione chi stabilisce che un etero sia più adatto a rivelare all'adottato che i suoi genitori biologici sono altre persone? Chi stabilisce che un etero abbia capacità educative più sviluppate di un omosessuale? Che studi scientifici provano che l'orientamento sessuale influisca sulla capacità di essere un buon genitore?
Qualcuno ironizza sul fatto che non possano essere affidati bambini a chi partecipa al Gay Pride. Forse ancora non si vuole capire che la manifestazione vuole essere palesemente provocatoria, ma perché essa urta la sensibilità dell'individuo più della mercificazione del corpo della donna, mostrata seminuda e ammiccante in pubblicità e trasmissioni televisive a ogni ora del giorno (con buona pace del MOIGE)? Perché gli eterosessuali non si scandalizzano per la violenza perpetrata sulle donne ogni giorno più che su una festa che vuole essere un grido, una provocazione, un "Ci siamo"? Come si può essere così stupidi da immaginare che tutti gli omosessuali partecipino al Gay Pride sottintendendo che siano tutti dei depravati? Si fa questo tipo di generalizzazione quando non si conoscono omosessuali, quando gli interessati all'argomento "famiglia" sono pieni di paure recondite, pregiudizi celanti omofobia e farlocca ideologia religiosa.
C'è chi non vuole la cosiddetta stepchild adoption, che sarebbe l'adozione del figlio da parte del compagno del genitore naturale in caso di morte di quest'ultimo. Secondo quest'ottica è normale che un bambino sia strappato al nucleo famigliare da cui proviene per essere affidato a estranei, dopo essere stato cresciuto, educato e allevato magari per 10 anni dal genitore naturale insieme al genitore superstite, per il solo fatto di non condividere con quest'ultimo il patrimonio genetico, come se l'essere strappati dal proprio ambiente non causasse un trauma al ragazzino. D'altronde si sa che un bambino lo prendi e lo piazzi dove vuoi, un po' come un pacchetto postale, e notate che così come il primo genitore non ha legame biologico con il bambino allo stesso modo non ce l'hanno i genitori affidatari.
Qualcuno dice che non è lecito pensare che due persone dello stesso sesso vadano a "comprare" un bambino all'estero con l'inseminazione eterologa, peraltro vietata anche agli eterosessuali in Italia. Se si parla, come si parla, di egoismo in questo caso nel volere a tutti i costi un figlio, non possiamo a questo punto tralasciare gli eterosessuali che se non riescono ad avere figli fanno qualsiasi tipo di cura e di manipolazione per poterne avere, con un accanimento che vede ancora il martirio del corpo delle donne.
In realtà non importa veramente a nessuno dei bambini, perché se interessasse veramente avere un figlio molte coppie non esiterebbero ad adottare qualche orfanello; di certo la legge italiana corre in loro soccorso rendendo le adozioni dei veri e propri calvari che vanno avanti per anni così come lo sono le cure per la fertilità, sicché le lungaggini dell'iter per adottare diventano una scusa per evitare tale strada. Non interessa a nessuno nemmeno del corpo delle donne, carne da macello, macchine per la procreazione, che arrivate al doloroso momento del parto sono spesso trattate in maniera brutale, come se fossero una fastidiosa seccatura più che degli esseri viventi sofferenti. Donne e quindi da un lato sacre perché intrinsecamente portatrici di vita e dall'altro esseri inutili per la società quando si portano dietro un figlio o quando sono in età fertile, tanto da non riuscire a trovare impiego.
Nel berciare "contro" le nuove famiglie si dimentica la dimensione umana, le difficoltà della vita e la necessità di aiutare le coppie, così a Terzigno (provincia di Napoli) succede che dei genitori (eterosessuali) siano costretti a rubare degli omogenizzati in un supermercato per il figlio di 4 mesi. La polizia paga il conto, ma in che società tanto favorevole e attenta alle famiglie si registrerebbero questi fenomeni?
In realtà queste finte attenzioni sono delle mere coperture alle nostre ipocrisie e alle nostre abiezioni. E' ora di far cadere il velo, di riconoscere i fatti e l'esistenza dei nuclei famigliari circostanti senza cadere in errori logici o nel fanatismo religioso che, oggi più che mai, sta creando disagio e odio.

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Pubblico qui di seguito una mia traduzione del testo dell'introduzione de “L’Alchimista” di Coelho, che ci illumina molto sul nostro percorso, sugli ostacoli che ci distraggono dai nostri obiettivi e sull’importanza di crederci come unica cosa che conta nella vita.

- Ricordo di aver ricevuto una lettera dall'editore americano Harper Collins che diceva: “leggere L'Alchimista è stato come alzarsi all'alba e vedere il sorgere del sole mentre il resto del mondo ancora dormiva.” Uscii, guardai in alto il cielo e pensai tra me e me: “Allora il libro sarà pubblicato in inglese!” A quell'epoca stavo lottando per affermarmi come scrittore e seguire la mia strada nonostante tutte le voci mi dicessero che era impossibile.
E poco a poco, il mio sogno stava diventando realtà. Dieci, cento, mille, un milione di copie vendute in America. Un giorno, un giornalista brasiliano mi telefonò per dirmi che il presidente Clinton era stato fotografato mentre leggeva il libro. Tempo dopo, mentre ero in Turchia, aprii la rivista Vanity Fair e c’era Julia Roberts che dichiarava di adorare il libro. Mentre camminavo per una strada di Miami, udii una ragazza che diceva a sua madre: "Devi assolutamente leggere L'Alchimista!"
Il libro è stato tradotto in 56 lingue, ha venduto più di 30 milioni di copie e la gente comincia a chiedersi: Qual è il segreto dietro a un successo così grande?
L'unica risposta sincera è: Non lo so. Tutto ciò che so è che, come Santiago il pastore, tutti abbiamo bisogno di essere consci della nostra chiamata personale. Che cos'è la chiamata personale? E’ una benedizione divina, è il percorso che Dio ha scelto per noi qui sulla Terra. Ogni volta che facciamo qualcosa che ci riempie di entusiasmo, stiamo seguendo la nostra leggenda. In ogni caso, non tutti abbiamo il coraggio di confrontarci con il nostro sogno.
Perché?
Ci sono quattro ostacoli. Primo: dall’infanzia in poi ci viene detto che tutto quel che vogliamo fare è impossibile. Cresciamo con questa idea e, man mano che gli anni si accumulano così fanno anche gli strati di pregiudizio, paura e senso di colpa. Poi arriva un tempo in cui la nostra chiamata personale è sepolta talmente in fondo al nostro cuore da risultare invisibile. Eppure è sempre lì.
Se avessimo il coraggio di dissotterrare il nostro sogno, dovremmo allora affrontare il secondo ostacolo: l’amore. Sappiamo cosa vogliamo fare ma abbiamo paura di ferire quelli che ci stanno attorno abbandonando tutto in modo da inseguire il nostro sogno. Non capiamo che l’amore è solo un ulteriore stimolo, non qualcosa che ci impedirà di andare avanti. Non riusciamo a capire che chi ci augura ogni bene in modo sincero vuole che siamo felici ed è pronto ad accompagnarci nel viaggio.
Una volta che abbiamo accettato che l’amore è uno stimolo, ci ritroviamo di fronte al terzo ostacolo: la paura della sconfitta che incontreremo durante il cammino. Noi che lottiamo per i nostri sogni soffriamo di più quando qualcosa non funziona, perché non possiamo rifugiarci nella vecchia scusa: “Oh beh, comunque non volevo veramente riuscirci.” Vogliamo ciò che stiamo perseguendo, sappiamo che abbiamo scommesso tutto su questo e che il percorso della chiamata personale non è più facile di qualsiasi altro, al di là del fatto che tutto il nostro cuore è dentro questo viaggio. Quindi, noi, guerrieri della luce, dobbiamo essere preparati ad avere pazienza nei momenti difficili e sapere che l’Universo sta agendo in nostro favore, anche se probabilmente non capiamo come.
Mi chiedo: le sconfitte sono necessarie?
Beh, necessarie o no, capitano. Quando iniziamo a lottare per i nostri sogni, non abbiamo esperienza e facciamo molti errori. Eppure, il segreto della vita è cadere sette volte e rialzarsi otto.
Quindi, perché è così importante vivere la propria chiamata personale se soffriremo soltanto più delle altre persone?
Perché, una volta che superiamo le sconfitte – e le supereremo – siamo pieni di un maggiore senso di euforia e fiducia. Nel silenzio del nostro cuore, sappiamo che stiamo provando a noi stessi di meritare il miracolo della vita. Ogni giorno, ogni ora, fa parte della battaglia. Cominciamo a vivere con entusiasmo e piacere. La sofferenza intensa e inattesa passa più in fretta della sofferenza che sembra sopportabile; quest’ultima va avanti per anni e, senza che la notiamo, divora la nostra anima, fin quando, un giorno, non siamo più in grado di liberarci dall’amarezza e questa rimane dentro di noi per il resto della nostra vita.
Dopo aver dissotterrato il nostro sogno, usato la forza dell’amore per nutrirlo e speso molti anni della nostra vita con le cicatrici, improvvisamente notiamo che quello che abbiamo sempre voluto è lì, ci sta aspettando, forse proprio il giorno dopo. E’ allora che arriva il quarto ostacolo: la paura di realizzare il sogno per cui abbiamo combattuto tutta la nostra vita.
Oscar Wilde diceva: “Ogni uomo uccide ciò che ama.” Ed è vero. La sola possibilità di avere quello che volevamo riempie l’anima della persona comune di un senso di colpa. Guardiamo attorno tutti quelli che hanno fallito nell’ottenere quanto volevano e sentiamo che non meritiamo di ricevere quanto volevamo neppure noi.
Dimentichiamo tutti gli ostacoli che abbiamo superato, tutte le sofferenze patite, tutto ciò cui abbiamo rinunciato per arrivare così lontano. Ho conosciuto molte persone che, quando la loro chiamata personale era a portata di mano hanno continuato a commettere una serie di stupidi errori e per questo non hanno mai raggiunto il loro obiettivo – quando era solo a un passo da loro.
Questo è il più pericoloso degli ostacoli perché ha una specie di aura sacra: il rinunciare alla gioia e alla conquista. Ma se credi di essere degno di raggiungere ciò per cui hai combattuto così duramente, allora diventi uno strumento di Dio, aiuti l’Anima del Mondo, e capisci perché sei qui.

Paulo Coelho
Rio de Janeiro
Novembre 2002

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E’ difficile commentare la vita di un uomo che ci lascia all’improvviso, rispecchiando in questo modo la sua personalità artistica fuori dagli schemi e sempre pronta a sorprendere. David Bowie è stato questo: artista versatile e poliedrico; oltre che cantautore e musicista fu attore, pittore e non da ultimo, icona pop che ha fortemente influenzato la cultura dal 1969 a oggi. La sua lunga carriera, che copre 5 decadi, si conclude con “Blackstar”, l’ultimo album uscito il giorno del suo compleanno, l’8 gennaio. L’attività artistica arriva quindi a coincidere con la stessa vita di Bowie, come accade spesso agli artisti più grandi, che sono prolifici fino alla fine. Nel congedarsi da noi ci lascia 27 album, che contengono canzoni diventate pietre miliari della musica pop-rock: Space Oddity, Changes, Fame, Heroes, Let’s Dance, Where Are We Now? Oh! You Pretty Things, Life on Mars, Starman, Suffragette City, Five Years, The Jean Genie, Drive-In Saturday, Let’s Spend the Night Together, Rebel Rebel, Blue Jean, Dancing in the Street, The Man who Sold the World.
Dei tanti articoli che ho letto e dei servizi passati in televisione a commentare la notizia della morte mi hanno colpito queste parole, che sono di una fan, quindi molto forti, e che condivido con voi:

“David Bowie è morto.
Fa strano: chi conosce Bowie sa bene come nel tempo ci siamo abituati a continue morti e rinascite; l'abbiamo visto per Ziggy, per il Maggiore Tom, per il Duca Bianco e ancora e ancora tutti gli altri personaggi che è stato. Bowie ha vissuto tante vite e altrettante morti, anestetizzandoci all'idea che un giorno se ne sarebbe andato l'attore principale, il protagonista di questa grandissima rappresentazione teatrale; lo abbiamo veramente creduto immortale per tutte le volte che è morto ed è rinato dalle sue ceneri.
Ma questa volta, signori miei, il sipario si chiude per davvero e lo spettacolo non si ripeterà.
Il pubblico applaude.
Si alza in piedi.
C'è chi si è commosso, chi se lo porterà nel cuore, chi è rimasto interdetto, chi non è convinto sul finale, chi invece avrebbe raccontato la storia in maniera diversa.
E poi escono tutti da quel teatro, un po' stanchi perché tutto sommato non è durato poco.
David Bowie non ha fatto arte, era egli stesso l'arte: ha spostato l'asse d'interesse dal prodotto al produttore; Bowie non è mai stato solo musica, era di più, e quel di più era rappresentato dalla sua stessa persona. Ha fatto storcere il naso a tanta gente perché uno come lui non lo puoi catalogare, non puoi ragionarci su a compartimenti stagni. Ma, d'altro canto, stiamo pur sempre parlando di un uomo che da un giorno all'altro ha smesso di fare musica per poi tornare dieci anni dopo con un album fenomenale. Come lo cataloghi uno così? Non puoi, perché semplicemente non c'è anche solo un altro David Bowie con cui poter stabilire una comparazione. E non ci sarà, è inutile illuderci; se mai ci sarà, non saremo così tanto fortunati da poterlo vedere nel corso della nostra vita. Dopo Michelangelo Buonarroti, abbiamo dovuto aspettare quattro secoli per conoscere Pablo Picasso.
Da Starman a Blackstar: come abbiamo potuto non accorgercene? L'uomo delle stelle è diventata una stella nera, ed eravamo tutti seriamente convinti che ci fosse dietro chi lo sa qualche grande pensiero nichilista, e invece era solo un modo non troppo violento per dirci che era ormai una stella morente.
Non l'avevamo capito, David.
Scusaci, evidentemente dovevamo ascoltarti meglio.
Ma scusaci anche per il nostro infinito egoismo: speravamo di vederti dal vivo un'ultima volta, lo gridavamo disperati; sono certa che tu ci abbia sentito. La realtà è che i fan sono egoisti: pensano di avercele tutte per loro, le stelle. Penso a quanto sia stato faticoso fare tutto quello che hai fatto per “Blackstar” da malato terminale quale eri. Non l'abbiamo capito in tempo. E siamo stati egoisti perché chiedevamo anche di più.
Il sipario si è chiuso, inaspettatamente.
Non c'è nulla di meno originale della morte, che ci accomuna tutti a prescindere dall'età, dalla nazionalità, dal ceto sociale e dalle idee politiche, eppure hai sorpreso persino in questo.
Grazie, David.”

Credits Rita Ippolito Artista: https://www.facebook.com/Rita.Ippolito.Art/photos/a.1716048261947406.1073741831.1715216502030582/1734890530063179/?type=3&theater

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Tempo di bilanci il 31 dicembre. È stato l'anno di EXPO per Milano eppure nella mia mente è già un ricordo lontano, forse perché non l'ho visitato. È stato un anno di molto lavoro a livello personale, non solo per via di EXPO, e di molti cambiamenti che sono solo un assaggio del 2016 imminente. Dovremo stringere i denti con la chiusura dell'ente, sarà impegnativo ma ce la caveremo. Passeremo sotto l’Università, ma ancora non si sa con che modalità e nemmeno sotto quale. Purtroppo il 2015 non ha portato novità a riguardo.
Il 2015 ha portato principalmente viaggi e gite fuori porta: Genova, Torino, Praga, la Carnia e in generale il Friuli, l'Emilia Romagna, la Svizzera e le Marche con Offida. L’anno è stato tranquillo sentimentalmente e soddisfacente, ho tagliato il traguardo dei 200 componimenti e continuo nella mia variegata produzione. Nel 2016 si continua a scrivere, ho diversi progetti in mente o in “cantiere”.
Quest’anno mi ha portato a investire i miei soldi (non senza un po' di tensione) ma soprattutto mi ha rivisto tornare a cantare. Sono soprattutto contenta di questa decisione, ponderata e meditata a lungo, per nulla scontata. Sono soddisfatta di essere riuscita a entrare alla CLA e di essermi integrata con gli altri nonostante la mia salute vocale sia attualmente precaria e io non sia ancora del tutto a posto. Domani si inizia l'anno con un concerto di buon auspicio presso la Villa di Lainate, che farà da apripista per altre esibizioni importanti. Mi serve questa intensità di esibizioni per crescere ancora artisticamente. La sfida è aperta per vedere dove posso arrivare.
Quindi l’anno che arriverà sarà intenso, cercherò di curare la mia salute, e non solo vocale, ma anche più in generale cercherò di curare i miei disturbi e di rimettermi in forma nella speranza che il lavoro porti buon frutto.

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Ho appena finito di leggere il libro di Paulo Coelho "L'alchimista" e ne sono rimasta colpita. Apparentemente esso racconta la storia di Santiago, un pastore, che parte alla ricerca di un tesoro nascosto, inseguendo un sogno che ha fatto, in realtà la storia è un simbolo, una metafora del viaggio che ognuno di noi fa.
Il testo è molto semplice a livello lessicale e la narrazione degli eventi è piana, senza flashback, stacchi tra diversi scenari e personaggi, non si concentra su flussi di pensiero, ecc. La narrazione è talmente semplice che il racconto risulta idoneo anche per i ragazzini. Il messaggio portante del testo è un invito a seguire i propri sogni e le proprie inclinazioni, anche se, scrive l'autore nell'introduzione, nel farlo ci troviamo a dover affrontare 4 tipi di ostacoli: il fatto che sin dall'infanzia veniamo abituati a credere che sia impossibile ottenere tutto ciò che vogliamo, l'amore per gli altri che ci porta a temere di ferirli in caso abbandonassimo tutto per inseguire i nostri sogni, la paura del fallimento e la paura di riuscire ad arrivare dove vogliamo.
Coelho con molta naturalezza descrive questi quattro momenti psicologici che ci possono allontanare dai nostri sogni, spiega come superarli e conclude, sempre nell'introduzione, che solo vincendo questi ostacoli e ritenendoci degni di quello che desideriamo e per cui abbiamo tanto faticato diventiamo strumento di Dio, aiutiamo quella che definisce l'Anima del Mondo e capiamo il significato della nostra vita, il motivo per cui siamo qui.
Questo racconto funziona quindi da Exemplum come nell tradizione medioevale, può essere una guida e funzionare da sprone a continuare a seguire la nostra strada.

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“Mani in alto!” e Franz compare con le mani alzate di fronte a un muro sulla copertina del suo primo EP, etichetta Kosmos Beat Records.
E’ bello oggi vedere nelle proprie mani il frutto di tanto lavoro e tanta dedizione. Ricordo ancora quando sentii per la prima volta le canzoni registrate in studio e pronte per la stampa; ero seduta, concentrata per ascoltare, tenevo le cuffie premute sulle orecchie e di colpo pensai che questo CD non poteva rimanere chiuso in un cassetto, bisognava pubblicarlo perché era troppo bello. Per questo sono rimasta piacevolmente colpita quando mercoledì scorso Francesco Lubrano nella sua trasmissione “Sette Note” su Radio Bla Bla ha espresso lo stesso pensiero, e ho abbozzato un sorriso soddisfatto.
Dentro "Hands Up!" c'è la storia di Franz: gli amici storici Flax e Galvax, che hanno lavorato alla realizzazione dell'album presso lo studio Triavox, e Sonia Previato, che ha curato la grafica, ci sono gli anni di impegno musicale di Franz, che ha composto e portato in giro le sue canzoni prima con gli Yellow Flag e poi da solo, con tanta grinta. Ci sono il sostegno di Fossati Sound Agency, i tanti palchi calcati, l'esperienza del buskeraggio e i concerti benefici per le cause sociali che hanno costruito la storia musicale di Franz e gli hanno fatto guadagnare il titolo di "social rocker" sul campo.
Dentro "Hands Up!" ci sono le tematiche di questo "rock sociale", una risposta a una società spesso chiusa e alienante, immorale e individualista: la denuncia della guerra, estremamente attuale, fatta per l'arricchimento di pochi a discapito della collettività (War), l'ipocrisia delle classi politiche che hanno imparato a costruire il potere di cui abusano sulla menzogna (Lies), il grido di sofferenza di chi si trova in difficoltà (My Oldself). Personalmente credo che la mia canzone preferita sia War, estremamente intensa, tanto che a sentirla mi batte forte il cuore. Sento una forte energia provenire da questo pezzo, soprattutto nella parte strumentale.
"Hands Up!" è quel momento di riscatto che arriva nel denunciare le situazioni oscure che vediamo ogni giorno intorno a noi, è quel momento in cui sembra essere arrivata la resa perché ci si trova di fronte a un muro e invece che arrendersi si gioca il tutto per tutto. "Hands Up!" è insomma un grido di speranza di fronte a ingiustizie e problemi, un invito a non mollare mai e a credere in se stessi. Sono felice di aver visto nascere questo bel CD punk rock. Sentirlo dà la carica e tutti quelli che l'hanno acquistato finora si sono complimentati per l'alto livello musicale di questo lavoro.
Dal canto mio, sono contenta di aver dato un contributo alla realizzazione dell'opera, fotografando Franz per la copertina in un pomeriggio di fine ottobre.

"Hands Up!" è in vendita a ogni concerto, alle presentazioni e attualmente presso:

- Edicola Alfa (Paderno Dugnano, via Roma, 23)
- Libreria Hemingway & Co (Monza, via Bergamo, 8)
- Cinema Metropolis (Paderno Dugnano, Via Oslavia, 8)

Prezzo: 7 euro

Segui Franz!
https://m.facebook.com/home.php?ref=bookmarks#!/Franz-Englaro-The-Kosmos-Gang-124862861017502/

Aggiornamenti sul CD
https://www.facebook.com/HANDS-UP-CD-1719253884971286/

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Days are over, worlds collide.[...]
As I sit in an empty room
By your side waiting for nothing,
I watch the white ceiling illuminated
By neon lights, showing
Your pale face.
You're the man who couldn't save his life
But who really can?
[...]
Tonight I'll take your hand
And hold it through the night.

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Il 16 settembre ho iniziato una nuova attività presso la Corale Lirica Ambrosiana e sono molto soddisfatta. Si tratta di un coro lirico, che esegue principalmente opere in versione integrale e concerti con pezzi tratti da opere, ma non disdegna la musica sacra, ecc.
Mi sono presentata all'audizione come Soprano II, bluffando un po', lo confesso, per essere sentita dal Maestro ed entrare nel coro senza problemi, dato che i secondi sono sempre richiesti e ricercati. In realtà ho sempre cantato ufficialmente nei primi ma sconfinando di volta in volta nei secondi qualora fosse necessario per le esigenze del coro. Non mi sarebbe neanche spiaciuto cantare da mezzo tutto sommato, anche se l'abitudine e l'inclinazione naturale mi portano in automatico a eseguire la linea melodica più acuta.
La cosa importante è che ce l'ho fatta, e ora sono in una realtà molto importante e attiva nel panorama milanese. Abbiamo 11 concerti già fissati per la stagione e attualmente abbiamo già montato Il Barbiere di Siviglia presso il Teatro Serpente Aureo di Offida (AP), che ha visto impegnati solo gli uomini, mentre presto scenderemo nelle Marche a proporre il Nabucco, per cui abbiamo partecipato tutti, sia uomini che donne.
Essendo appena entrata in questo coro ho molto da studiare e sono molto impegnata, perché le prove non sono sufficienti per conoscere ed eseguire l'opera a memoria. Di giorno in giorno miglioro, imparo e so che ce la farò per il 21 novembre.
Riflettendo, si fa sempre più chiara in me l'idea che se non avessi bazzicato in altri 4 cori più piccoli non avrei potuto essere qui adesso. L'esperienza è quella che ti insegna come affrontare gli impegni e stare sul palco, la tecnica da sola non basta.

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Lasciatemi dire una cosa che ho già detto e che colgo l'occasione di approfondire: Come si stava bene quando su internet eravamo pochi, 8-10 anni fa! Quanto era più bello navigare tra noi, pochi, noti, disadattati, problematici e asociali forse, ma intelligenti, acculturati e avanti, senza imbattersi in tutta quella gente che nella realtà di tutti i giorni cerchi di evitare come la peste e che su internet non ci stava. Ora invece te la trovi in mezzo ai piedi perchè stare sui social è figo...
Era fantastico trovarsi in un forum dopo il login come se fosse un bar, con i soliti 10-15, tutti i giorni e raccontarsi senza avere la minima idea di che faccia avesse l'altro o di dove stesse. Questa magia è svanita, e ora siamo sempre connessi con tutti, sempre contattabili, sempre raggiungibili anche da chi ci dà fastidio e non lo vorremmo sempre addosso.
Quante persone che ho su facebook e che frequento davvero con un rapporto personale, non dico giornaliero ma quasi? Pochissime.
Gli altri continuano a essere persone che ho conosciuto in passato e non vedo più, persone superfidate conosciute online e con cui c'è una fratellanza d'animo, persone che ho conosciuto dal vivo che però non vedo spesso o magari incontrate poche volte che però sono sulla mia stessa lunghezza d'onda. Sono contenta di non “avere il mondo” su Facebook, di non avere cioè una miriade di contatti di gente squallida, che guarda il tuo profilo per sparlare, che viene a commentare le cose che pubblichi spargendo solo ignoranza con i suoi commenti, di non avere quelli che guardano tutto quel che fai e si lamentano perché non li inviti fuori se fai una cena di gruppo perché onestamente non li sopporti, quelli che ti chiamano perbenista perché tu hai smascherato le loro tendenze razziste od omofobe e loro devono invece autoassolversi, quelli che ti criticano con un post ma non hanno il coraggio di dirti in faccia le cose, quelli che se gli scrivi leggono ma non ti rispondono, quelli che rosicano dei tuoi successi e godono dei tuoi insuccessi, quelli che devono sempre litigare sui post pubblici e non hanno ancora capito come si sta su internet. Come sono contenta di non averli tra i piedi, e mi spiace di imbattermi nei commenti idioti che spargono su pagine di personaggi pubblici o sugli articoli delle testate giornalistiche.
Mi spiace per quelli che se li sono aggiunti tra gli amici e non hanno il coraggio di cancellarli perché poi hanno paura di fare brutta figura, io prima di aggiungere qualcuno ci penso bene. E’ così che evito che i miei fatti si sappiano da questa gentaglia ed è così per esempio che non mi ritrovo persone che potrebbero dirmi dall’alto della loro levatura culturale (…) che non ci capisco niente di letteratura, di lingue, di traduzione, di didattica delle lingue straniere linkandomi una pagina di Wikipedia a mo’ di fonte di informazioni sicchè io possa istruirmi… Una cosa simile è successa a un mio amico, diplomato al Conservatorio, a cui è stato consigliato di studiare musica e di informarsi a riguardo leggendo la pagina Wikipedia “Storia della Musica”. Credo che se fosse successo a me, dopo 10 anni passati in Università e i titoli acquisiti, sarei andata dal mio interlocutore e gli avrei sputato in un occhio dal vivo, che rende meglio.
Purtroppo il mondo è fatto così, e questo grazie all’avvento della TV commerciale che ha portato negli ultimi 30 anni a un cambio di rotta, con la nascita di telegiornali sensazionalistici sempre più all’americana, alla creazione di programmi spazzatura come i reality dove non ci sono più capacità valutate ma si finisce in televisione solo perché si mette in mostra se stessi oppure di talent show dove chiunque abbia un briciolo di capacità debba per forza combattere con altri concorrenti per un premio e far vedere quanto vale al mondo, nonché all’invasione dei Talk Show dove tutti urlano, litigano, con un incremento della gente che non ha idee o conoscenze sue e che si arroga il diritto di pontificare su tutto. La mancanza di umiltà e l’esaltazione di queste personalità senza cervello da parte di chi dirige i programmi e li mette sotto i riflettori ha creato mostri che criticano astronauti che vanno nello spazio solo perché si permettono di divulgare il loro sapere e le loro conoscenze. Questi mostri di pochezza trovano terreno fertile nelle menti della maggioranza che li prende a modello e che non solo li osanna, ma si comporta parimenti, denigrando e insultando chi sa più di loro, chi è diverso, chi ha idee diverse dal gruppo, chi ha capacità argomentativa.
Dove stiamo andando? Verso il nulla, verso una non-società, perché se anche siamo un gruppo di persone che abitano in una stessa città o nazione, non possiamo fondare una società se c’è ignoranza e se manca rispetto verso il prossimo.

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Sono stata molto felice delle vacanze estive quest'anno.
Il tempo passato al mare e in montagna con il mio fidanzato è stato bellissimo ed è volato via troppo in fretta; al mare ho visto le mie amiche Petra, che sta molto meglio rispetto all'anno passato, e Angela, che mi ha dimostrato di essere una bravissima cuoca oltre che essere stata di un'ospitalità eccezionale. In montagna è stato tutto talmente bello che arrivato il giorno di tornare a casa ero così contrariata che abbiamo allungato di un giorno in più il soggiorno. Probabilmente non ero pronta al rientro. Sono state vacanze all’insegna della musica, della complicità, fatte di incontri e ho scoperto il passato del mio ragazzo, le sue radici. Mi ha fatto molto piacere e ora credo di conoscerlo ancora di più.
Il mio viaggio a Praga con Gaia è stata un’altra bellissima esperienza di un’estate ricca. Ormai io e lei siamo rodate per vacanze e gite, ci troviamo sempre bene perché siamo sulla stessa lunghezza d'onda. Che bella città Praga, sospesa tra l'antichità di cattedrali e basiliche, tra il castello dove i re controllavano la città con il fiume in uno sguardo e il multiculturalismo dei suoi quartieri pieni di esercizi commerciali, brulicanti di gente che aspetta il tram o esce dalla fermata della metro per andare a prendere il treno suburbano a Namesti Republiky... C'è il quartiere antico con l'orologio astronomico, con tutta la gente che aspetta lo scoccare dell'ora per vedere uscire dalla torretta prima il galletto d'oro canterino e poi lo scheletro che esce scuotendo la campanella. C'è la Biblioteca del 1600 con annesso l'osservatorio astronomico, la passeggiata sulla Moldava e il ponte Karlov brulicante di artisti di strada. C'è il quartiere ebraico con le Sinagoghe e il cimitero antico; qui tutto è legato alla cultura ebraica, affascinante e ricca di rituali, alla storia del 1900 e alla deportazione di un popolo, ma la ricchezza delle vie limitrofe con bellissimi negozi (italiani) di alta moda è ben visibile. C'è la zona popolare con la torre televisiva, la pinacoteca e la collina panoramica con un grande parco.
Come succede a tutti i rientri dalle vacanze, è stata dura tornare a casa. Non ero mai stata in Europa orientale e sono rimasta colpita da Praga. Sapevo che la città fosse definita una Parigi in miniatura ma non la immaginavo così tanto bella. La difficoltà è stata inizialmente dovuta all'impatto con la lingua del posto a livello di indicazioni stradali e all'uso della valuta locale, la Corona ceca, ma la città è godibilissima e si gira tranquillamente a piedi e con i mezzi.
A ricordare Praga, adesso non vedo l'ora di ripartire alla scoperta di una nuova capitale!

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Dopo essere stata a Genova per la mostra di Frida sono andata a Torino prsso Palazzo Chiablese per visitarne un'altra dedicata a Tamara de Lempicka. Oltre alle opere scelte, che sono circa un centinaio, sono presenti numerose foto in cui la bionda pittrice compare nella sua eleganza o dove vengono raffigurate le sue modelle, che furono in alcuni casi anche sue amanti. Ma oltre all'attenzione per luci e ombre con il sapiente uso dei colori, oltre ai particolari dei vestiti che ricordano l'opulenza della società che Tamara frequentava, oltre alla fisicità squadrata dei soggetti, cogliamo nell'autrice il grande amore per la figlia Kizette e la devozione verso la Madonna. È una personalità forte e sfaccettata quella della Lempicka, pilastro dell'art déco, e per questo non sempre compresa dalla critica.
Alla fine della mostra mi sono concessa un giro della città, nel centro pullulante di giovani musicisti di strada e lungo le rive del Po ai Murazzi.

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La verità. Una gran bella cosa la verità, la vogliono tutti in tasca perché averla porta anche ad aver ragione. Tutti hanno la loro, purtroppo, e cercano di dare spiegazioni, giustificazioni e finiscono per fare dei ragionamenti che non hanno nulla di logico. Invece che partire dall'analisi dei fatti (dati), analizzare i rapporti di causa-effetto e giudicare in modo impersonale se i fatti sono giusti o sbagliati da un punto di vista etico-morale considerano fatti e parole attraverso il loro filtro personale e cioè valutando chi è la persona che si è comportata in un determinato modo, se è una persona importante per loro, che tipo di motivazioni ha mosso il soggetto ad agire e, quando va bene, valutano attraverso il loro impianto di valori.
Tutto questo finisce per distorcere il pensiero dalla realtà, perché il filtro personale è troppo forte e si finisce per esprimere un pensiero in base a degli stati emozionali. E’ un giudizio fluido, fortemente personale e influenzato dagli stati d’animo del momento, difficilmente stabile.
Il passo successivo in coloro che tentano di elaborare ragionamenti di questo tipo è non fermarsi a giudicare solo i meri fatti tramite le proprie emozioni (per quanto la capacità di giudizio sia già ampiamente compromessa), ma fare delle implicazioni, fare delle ipotesi usando per esempio il periodo ipotetico (“se… allora”). Se da un lato questo procedimento è logico, perde di valore quando si parte da una base reale, un evento accaduto veramente, e si trasla su un piano fantascientifico irreale. Il rischio di saltare i passaggi logici è quello di arrivare a conclusioni affrettate e fallaci che non hanno riscontro nella realtà e vivere in una propria dimensione, facendosi delle idee sbagliate sugli altri.
Questo è il procedimento adottato dai feeler più che da noi thinker che siamo soliti analizzare tutto puntigliosamente anche nel linguaggio altrui.

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L'evento più grosso che si è svolto recentemente è stata l'apertura di EXPO, quella che dovrebbe essere l'esposizione universale e che in realtà è piuttosto la pubblicizzazione del nulla. Non voglio dilungarmi sull'evento perché sono abbastanza schifata dai retroscena, non da ultimo il fatto che Farinetti sia patrono della manifestazione senza aver fatto bandi o aver partecipato a una qualsiasi selezione poiché è pappa e ciccia con Renzi. Volete forse credere che non darà al PD neanche un centesimo di quanto incasserà durante i sei mesi di apertura?
C'è stata poi una campagna mediatica che ha dipinto il movimento No-EXPO come il male assoluto. Chi è contro è un "gufo", un pessimista e non è preso in considerazione anche se le sue critiche sono corrette. Va zittito e basta, mentre va invece adorato un progetto realizzato in maniera mafiosa tra appalti, subappalti, ruberie e bustarelle, totalmente inutile per incrementare i posti di lavoro, visto che per gestire i visitatori si sono presi un sacco di volontari o gente con contratti a termine di 6 mesi quando va proprio di lusso. Inoltre EXPO creerà problemi nel momento della chiusura e dello smantellamento del sito risultando, tirate le somme tra acquisto di terreno agricolo a prezzi stratosferici, cementificazione pesante e costi di partenza lievitati alle stelle, uno spreco di denaro pubblico per l'arricchimento di imprenditori privati. Non si è persa l'occasione in seguito alla manifestazione del 1° maggio, che ha visto il ritorno dei Black Bloc che avevano infiammato il G8 di Genova nel 2001, di criticare il movimento No-EXPO anche se i manifestanti non avevano niente a che vedere con i violenti. Tutti gli incappucciati sono riusciti a sfuggire alla polizia, e questo non è un caso se pensiamo a come invece i manifestanti contro la riforma della scuola sono stati manganellati. Tutto viene orchestrato sapientemente per dirigere il consenso pubblico verso l'accettazione del neoliberismo e delle politiche economiche classiste: i poveri sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. Chi tira le fila sa come muovere le pedine, giocoforza l'indignazione della gente per chi ha sfasciato le vetrine di 2 negozi ma non per chi ce li ha messi.
Ciò che mi fa più paura è la reazione della gente, che rifiuta la violenza senza capire che spesso a furia di non venire ascoltato l'unica risposta che puoi dare per farti sentire è la violenza, senza capire che in questo caso tutto è stato pilotato, gente che rifiuta la violenza ma poi appoggia i respingimenti e i bombardamenti (!) dei barconi di clandestini in arrivo sulle nostre coste. Come sempre la coerenza è una gran cosa quando non dobbiamo applicarla noi in prima persona. A migliaia muoiono nei nostri mari ma ci si arrabbia di più per il fatto che vengano qui.
È la stessa mentalità becera e miope che applaude al Jobs Act (nome altisonante per dare un tono al nulla) che ha in pratica aggirato la discussione sull'art. 18 e ha permesso la precarizzazione di tutto il mercato del lavoro, poiché ora tutti gli imprenditori assumono a tempo indeterminato con il Jobs Act, un contratto con sgravi per 3 anni sì, ma che non garantisce l'assunzione definitiva ma permette all'imprenditore alla scadenza dei 3 anni di lasciare a casa il lavoratore. E chi tra questi sarà così stupido da non licenziare per poi assumere un nuovo dipendente dopo 3 anni? Il giochetto ha reso quindi i vecchi lavoratori con in mano un tempo indeterminato vero una minoranza esigua che lentamente si estinguerà, eppure la gente è contenta così, non si lamenta... Ancor più mi vergognerei ad essere uno di quei giornalisti che esaltano queste manovre scrivendo sotto dettatura che sono la risoluzione dei problemi o che ci sono più assunzioni ora.
La mentalità becera è quella che fa credere agli italiani che i vaccini non servono o che la carne non va data neanche ai bambini nell'età dello sviluppo. È quella mentalità di finta contestazione radical-chic che imperversa ma che si concentra sulla pagliuzza nell'occhio altrui quando nel proprio c'è una trave... È quella che porta i milanesi a pulire tutto in seguito al 1° maggio (e intanto l'AMSA risparmia sul personale e ringrazia) oppure a ripulire la città dai graffiti (AMSA si sfrega le mani). Ora che c'è EXPO infatti bisogna presentare una città splendente a qualsiasi costo e i milanesi ci tengono a dimostrare che sono bravi, puliti e civilizzati. Non dovrebbe stupire quindi che nella foga sia stato tolto anche un graffito fatto da Pao nel 2001 in un parco per bambini dietro al Castello. Pao scrive su Facebook che il giorno i cui dipinse il murales "Un vigile passò di lì e in quanto dotato di buon senso, ci disse di continuare, che lui non aveva visto niente" e oggi il movimento Retake Milano, con la tipica arroganza saccente dei falsi perbenisti, si risente del fatto che Pao stesso abbia commentato l'accaduto definendolo "avventato" ed espresso le sue perplessità cosi: "certo il murales era scolorito, con qualche pasticcio sopra, ma è evidente che per molti era ancora preferibile al noiosissimo rosa pallido che hanno scelto. Non era meglio prima parlare con i residenti? E magari contattare chi quel muro aveva dipinto, se pur senza permesso ufficiale, con il consenso dei fruitori di quello spazio?"
Vorrei che l'accaduto sia dovuto a cecità, a un intorpidimento del giudizio, invece tutto questo lo devo ascrivere alla totale assenza di tolleranza verso le espressioni artistiche e culturali della società della periferia, a un imbarbarimento generalizzato volto a cancellare (e in questo caso in maniera letterale) tutto ciò che non si conforma al modello dominante.
L'omologazione è il più gran crimine del XXI secolo, figlio dell'odio per il diverso che ha portato ai nazionalismi del secolo scorso e al nazi-fascismo.
Dobbiamo stare attenti ed educare alla tolleranza, alla pluralità di visioni, alla convivenza, altrimenti come potremo pensare a una società multiculturale?
È necessario partire da questo se vogliamo avere la speranza di far sopravvivere le culture che ci circondano, partendo dalle nostre senza per forza parlare di popoli di Asia o Africa. È la cultura del cibo locale prodotto a km zero che dobbiamo far sopravvivere e non quella delle multinazionali e dei fast food, la cultura degli abiti che rispecchiano le tradizioni e la storia piuttosto che quella delle grandi marche che producono in maniera seriale, è la cultura dei lavori che nobilitano l'uomo e lo fanno sentire utile, che non lo schiavizzano come succede invece con il finto volontariato ad EXPO (ed è solo un esempio).
Queste parole suoneranno fuori moda ma ribadisco il mio pensiero: questa è un'epoca in cui l'ottusità, la superficialità e il finto perbenismo nonché la conformità a un unico modello creano mostri. Io non vorrei vivere in questo periodo grigio, in questo posto lugubre, più spento di quanto sono spenta io in certe giornate, ma mi tocca perché non si può scegliere con chi condividere la propria vita, nè dove. Mi sento accerchiata più di un tempo da una dimensione sociale sgradevole e purtroppo gli scenari futuri mi dicono che non potrà che peggiorare.

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Ogni mattina mi sveglio e fatico ad alzarmi dal letto; ormai è noto che i miei orari di sonno sono spostati sul tardi. Qualche volta quando mi sveglio il mio cervello comincia a mettersi in moto velocemente e non posso fare a meno di tirare le somme su alcuni aspetti della mia vita. Per esempio so che ogni mattina mi alzo e mi aspetta un lavoro in un ente pubblico, che sono una della minoranza ancora tutelata da qualche straccio di legge con il mio contratto a tempo indeterminato. Per questo nei media mi chiamano "privilegiata", so che l'opinione pubblica mi ritiene tale. So che questo contratto l'ho vinto come in una partita a scacchi: ogni mia mossa è stata come una battaglia per avere quello che ho. Ho risposto a ogni tentativo di pormi in scacco senza arrendermi, tra un lavoro e l'altro, e alla fine, con un po' di fortuna e molto impegno, sono riuscita ad avere il mio posto. Ogni mattina quindi vado a fare qualcosa per il mio Paese, per contribuire e per dare un servizio, anche se la gente dice che nel pubblico impiego ci sono fannulloni (non siamo tutti così) e anche se molti utenti ci trattano come se fossimo i loro schiavi. Anche questo fa parte della partita, questo come la natura del mio contratto, che è fisso ma in realtà una scadenza ce l'ha, ed è il 2019. Difatti questa è la data in cui la struttura dove lavoro "morirà" e le università si riuniranno per decidere cosa ne sarà di noi e del Diritto allo Studio Universitario. Tutto questo se nel frattempo i governi che ci saranno da qui a 4 anni non decidano di abolire il Diritto allo Studio. Non possono farlo d'emblé, c'è bisogno di una riforma della Costituzione, ma non mi stupirei se succedesse.
Quindi spero che in questo lasso di tempo nessuno voglia muovere quelle pedine che mi metterebbero in difficoltà, come manipolare la gente e portarla a pensare che il Diritto allo Studio sia più un privilegio che non appunto un diritto fondamentale per cui bisogna eliminare fondi ed enti, oppure modificando la Costituzione in modo da eliminare i diritti che prevede. È qualcosa di cui ultimamente la classe politica si è dimostrata capace; ormai non ci stupisce più nulla di quanto fa il governo. Quello che fa paura è l'avvallo da parte dei poveracci.
L'altro scenario che si potrebbe aprire è la chiusura con assorbimento da parte dell'Università degli impiegati come da Statuto: una sorta di caduta con il paracadute, in cui avverti l'atterraggio ma in maniera soft.
E se questi accordi venissero stracciati? Dovrei ridisegnare la mia vita all'età di 39 anni, che non è semplice in un mondo del lavoro dove ormai ci sono solo tirocini e stage finti che coprono veri e propri contratti di lavoro mai sottoscritti. La possibilità di assumere a tempo determinato per 8 anni massimo per tre volte consecutive prima e il Jobs Act poi hanno fatto sì che comunque vada se resto a casa da questo lavoro non avrò più lo stesso contratto e gli stessi diritti. Non ce li avrà più nessuno che perde il lavoro da qui in poi. La precarietà è ormai diventata un nuovo stile di vita per tutti coloro che non hanno scelta e che non sono parte dell'élite che non deve lavorare per vivere, per quelli che nonostante studi e impegno non possono entrare nei posti di lavoro più qualificati e magari di prestigio perché privi delle conoscenze per arrivarci oppure perché non appartenenti alle dinastie familiari che si tramandano i ruoli di potere di padre in figlio. Questa è la realtà italiana e non sembra esserci via d'uscita.
Qualsiasi cosa mi succeda, cerco di non vivere con la data di scadenza in testa, manco fossi uno yogurt, o con l'idea che mi andrà male, ma semmai cerco di capire quali possibilità posso avere e che fare per migliorare il mio profilo lavorativo da qui a 4 anni. Forse dovrò seguire corsi o imparare qualcosa di nuovo e appetibile per le aziende ma devo pensarci ancora a fondo. Se mi va male potrei fare quello che forse dovevo fare a 20 anni: emigrare.
È fondamentale per me vincere questa partita perché voglio e pretendo una vita dignitosa. Il lavoro non si maschera con altri nomi, non si pretende volontariato e il lavoro si paga.
E non si fa come quelle agenzie di lavoro interinale specializzate a farti sentire in colpa perché non abbastanza appetibile a un mercato del lavoro dove in realtà c'è il Far West. Loro sono quelli che ci ricavano dalla disoccupazione. Fanno finta di cercarti un lavoro che non c'è e sono pagati per farlo, addirittura dall'Unione Europea. Loro sono insomma quelli che in tempi di crisi effettiva si sono creati un'occupazione nel settore dei servizi vendendo in realtà il nulla, in un'azienda che non produce niente se non schiavitù nelle ipotesi più rosee.
In più ti dicono che tu forse non ti poni correttamente, che forse non sei abbastanza preparato, abbastanza flessibile... Aveva ragione quella ragazza ieri sera in TV che diceva che siamo prostitute del lavoro. Loro fanno ricadere la colpa dell'assenza di occupazione su di te quando in realtà tu non hai niente che non va. E ci metti un po' a capirlo. Ci metti un po' a capire che non è vero, che tu non hai niente che non va. Anche questo aspetto che ti fa sentire un sacco di sensi di colpa e di incapacità, che ti fa sentire un reietto, un "drop out", fa parte della partita a scacchi.
Io aspetto la prossima mossa del mio avversario e più passa il tempo più mi sento forte: è una battaglia che spetta a me e in qualche modo ne verrò fuori vincente.

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Si potrebbero scrivere un sacco di cose su come bisognerebbe organizzare la prevenzione delle catastrofi o forse sarebbe meglio dire delle stragi come quella che si è registrata oggi al largo delle nostre coste. Non era la prima che capitava, c'è stata Lampedusa lo scorso autunno con i migranti in fuga dall'Africa affogati e le bare bianche in fila al porto e non era il primo barcone che si vedeva pieno di disperati. Chi non ricorda i barconi provenienti dall'Albania tanti anni fa?
Eppure l'opinione pubblica sembra più disinteressata, più preoccupata da altro, più concentrata su altro almeno fino a oggi. Perché oggi di gente ne è morta parecchia e questa volta è necessario trovare una soluzione preventiva che tenga in conto tutto, dall'UE allo sforzo umanitario, dalle spese da sostenere all'ISIS...
Bisogna pregare per i morti e agire ora, perché non accada più.


Erri De Luca
Lampedusa 2 ottobre 2014
da Agorà speciale Rai3, 3 ottobre 2014
Sperando che qualcuno la metterà in musica

"Preghiera Laica"

Mare nostro che non sei nei cieli
e abbracci i confini dell'isola e del mondo
sia benedetto il tuo sale
e sia benedetto il tuo fondale.
Accogli le gremite imbarcazioni
senza una strada sopra le tue onde,
pescatori usciti nella notte,
le loro reti tra le tue creature,
che tornano al mattino
con la pesca dei naufraghi salvati.

Mare nostro che non sei nei cieli,
all'alba sei colore del frumento,
al tramonto dell'uva di vendemmia
che abbiamo seminato di annegati
più di qualunque età delle tempeste.
Tu sei più giusto della terra ferma
pure quando sollevi onde a muraglia
poi le riabbassi a tappeto.
Custodisci le vite, le visite cadute
come foglie sul viale,
fai da autunno per loro,
da carezza, da abbraccio, da bacio in fronte
di padre e di madre prima di partire.

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Gennaio - Febbraio 2014
Arch Enemy: I will live again
Dream Theater: Voices
Vinicio Capossela: Che coss'è l'amor?
Pearl Jam: Sirens
Iron Maiden: The Number of the Beast (album)
Paco De Lucia: Arabesque Trio
Claudio Baglioni: Amore bello

Marzo 2014
Sting: Every little thing she does is magic
Ryan Adams: When the stars go blue
Edoardo Bennato: Una settimana, un giorno
Avenged Sevenfold: Hail to the King
Mia Martini: Almeno Tu nell'Universo
Tiromancino: Liberi

Aprile 2014
Dream Theater: Surrounded
Vincenzo Bellini: Vaga luna che inargenti
Chet Baker: Almost Blue
Francesca Michielin: Amazing
Dream Theater: Another Day
Franz Englaro: I don't know

Maggio - Giugno 2014
Vincenzo Bellini: Ma rendi pur contento
Johnny Cash: Hurt
Alterbridge: Watch over You
System of a Down: System of a Down (album)
Michael Jackson & Junstin Timberlake: Love never felt so good
Dream Theater: Innocence Faded
System of a Down: Toxicity
Franz Englaro: Love Kills

Luglio 2014
Dream Theater: Caught in a Web
Dream Theater: Take the Time
Dream Theater: Lifting Shadows off a Dream
The Clash: Police on my back
Emis Killa: Maracana
Cesare Cremonini: Logico
Franz Englaro: Out of Control

Agosto - Settembre 2014
Bruce Springsteen: Outlaw Pete
The Clash: London Calling
Blur: Tender
Dream Theater: Pull me under
Dream Theater: Wait for Sleep
Franz Englaro: War

Ottobre 2014
Sandy Denny: Late November
Dream Theater: The Dark Side of the Moon (cover)
U2: Every Breaking Wave (instrumental)
U2: The miracle of (Joey Ramone)
Franz Englaro feat. Alex Cogoli: Africa Time

Novembre - Dicembre
Dream Theater: The Mirror / Lie
Adele: Turning Tables
Dream Theater: Anna Lee
Dream Theater: Hollow Years
Aretha Franklin feat. Adele: Rolling in the Deep
Dream Theater: Trial of Tears
Franz Englaro: Lies

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Gran bella serata quella dello scorso 6 marzo presso il Circolo del PRC Casaletti per la presentazione del libro "Chiamarlo amore non si può" sulla violenza sulle donne, dove ho intervistato le mie amiche Gaia, in qualità di psicologa, e Chiara, autrice di uno dei 23 racconti contenuti nel volume. L'incontro si è aperto con una panoramica sulla genesi dell'opera, a partire dalla scelta iniziale dell'editore di far partecipare solo donne alla stesura del testo, con inevitabili diatribe sulla scelta di escludere volontariamente gli uomini dal progetto editoriale, fino alla lettura di uno dei 23 racconti, quello scritto proprio da Chiara, che mostra una ragazza adolescente inserita in un contesto familiare difficile. Chiara sottolinea la finalità educativa del libro, destinato ai più giovani ma ricco di spunti di riflessione anche per gli adulti.
Interviene poi Gaia, che ricorda quanto la violenza non sia soltanto fisica nei casi di maltrattamento, ma anche psicologica. Questa lascia segni molto profondi anche se non visibili, ed è spesso una relazione apparentemente normale che si trasforma nel tempo in un rapporto violento o, parafrasando il titolo, che non si può chiamare amore. L'uscita da queste situazioni non è semplice e Gaia porta come esempio le numerose vittime che segue per professione ogni giorno.
L'intervento è intervallato da diverse domande che dimostrano quanto sia sentito il tema da parte del pubblico. Questi rapporti se non possono essere definiti d'amore rimangono comunque guidati da sentimenti molto forti e da un legame totalizzante tra i due protagonisti.
Una risposta per contrastare la violenza sulle donne arriva da una società più equa. Siamo noi stesse che dobbiamo lottare per i nostri diritti: un salario pari a quello maschile a parità di mansioni e inquadramento, il mantenimento della legge 194, una condanna ferma della violenza verbale usata contro le donne ma anche, come faceva notare Chiara, l'uso di termini femminili anche per quelle cariche o professioni che fino a poco fa erano riservate agli uomini laddove esercitate da donne.
A fine serata sono state vendute 15 copie del libro, per un totale di 195 euro che, tolte le spese editoriali, verranno destinati all'associazione AIDOS, in particolare per il progetto di prevenzione delle mutilazioni femminili in Burkina Faso. L'opera ha infatti carattere benefico per cui sia le autrici che l'editore hanno deciso di devolvere completamente i proventi della vendita. Invito quindi all'acquisto del libro e a effettuare donazioni all'associazione, a cui è possibile destinare il 5 per mille. Sul sito dell'AIDOS sono riportati tutti i riferimenti per i versamenti: http://www.aidos.it/ita/pagine/index.php?idPagina=117
Ero felicissima di questa serata e non solo per il denaro raccolto, ma perché è raro riuscire a passare una sera intellettualmente interessante e stimolante come questa, gradita dai presenti e in cui sono passati dei messaggi importanti.

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Oggi sono stata alla mostra su Van Gogh, incentrata sul tema uomo-terra. La scadenza dell'evento, prevista l'8 marzo, è stata posticipata al 15, dato l'enorme afflusso di pubblico.
Non potevo mancare a questa mostra, ho sempre amato questo artista sin da quando avevo circa 10 anni e quando penso che in soli 4 giorni riusciva a completare una tela e a iniziarne un'altra la mia stima per lui sale ancor più.
Di Van Gogh si sa molto: visse con la famiglia in Olanda, poi si trasferì per lavoro in altre città, tra cui Londra, e, una volta giunto ad Amsterdam, tentò l'ammissione alla Facoltà di Teologia ma fallì. Il fervore religioso e l'interesse per i poveri lo spinsero verso la predicazione del Vangelo da un lato e attività umanitarie dall'altro; tutto ciò non gli garantiva però un reddito per sopravvivere. Già a quest'epoca, prima del 1881, anno in cui iniziò l'attività artistica da professionista, il suo equilibrio psico-fisico era molto fragile; gli insuccessi lavorativi e il rifiuto da parte di una ragazza verso cui si era dichiarato avevano contribuito a incupirlo e a generare in lui la depressione.
Dopo aver lottato contro l'ostilità del padre che non voleva un figlio pittore decise di iniziare l'Accademia di Belle Arti e successivamente trasferirsi a Parigi. Qui conobbe le avanguardie e l'impressionismo e, sebbene non seguisse queste due correnti, alcuni influssi si possono ritrovare nei suoi lavori, soprattutto nella pennellata. Il suo lavoro fu molto influenzato dal trasferimento anche nella scelta dei colori: non più atmosfere cupe e cieli di campagna plumbei, ma un'esplosione di gialli e blu nella sua tavolozza, mentre sulla tela non c'erano più i contadini ma ritratti di conoscenti e amici. In una prima fase olandese della sua attività, troviamo quadri come "I mangiatori di patate" da cui Van Gogh trasse una litografia, disegni in bianco e nero come "La spigolatrice", o ancora i "Contadini che piantano patate", dipinto a colori, dove i volti e l'identità dei soggetti sono sempre volutamente celati. Per i mangiatori di patate l'autore scrisse: "Ho voluto, lavorando, far capire che questa povera gente, che alla luce di una lampada mangia patate servendosi dal piatto con le mani, ha zappato essa stessa la terra dove quelle patate sono cresciute; il quadro, dunque, evoca il lavoro manuale e lascia intendere che quei contadini hanno onestamente meritato di mangiare ciò che mangiano. Ho voluto che facesse pensare a un modo di vivere completamente diverso dal nostro, di noi esseri civili. Non vorrei assolutamente che tutti si limitassero a trovarlo bello o pregevole." E' un vero e proprio manifesto di intenzioni. Van Gogh era socialista e fortemente interessato dalla vita dura dei campi; spesso trascorreva le giornate camminando per campi, portando in spalla gli attrezzi per dipingere e alla fine della giornata di lavoro trascorreva il proprio tempo con i contadini aiutandoli nelle faccende domestiche. Nella seconda fase parigina e ad Arles, nel sud della Francia, Van Gogh frequentò molti artisti, tra cui Gauguin, con cui ebbe un rapporto burrascoso, tanto quanto quello con la critica e il mondo dell'arte in generale che non lo apprezzava, costringendolo a una vita di miseria per cui doveva ricorrere spesso all'aiuto economico da parte del fratello Theo, con cui visse a Parigi per un breve periodo. Di questa fase molto intensa troviamo invece per esempio quadri che sfruttano l'uso dei colori complementari (per esempio giallo e viola) come "La natura morta con cipolle", la "Veduta di Saintes-Maries-de-la-Mer" e il "Paesaggio con covoni di grano e luna che sorge", l'ultima opera di cui il pittore fece in diverse versioni che raffigurava un campo di grano che si vedeva dalla finestra della sua camera nel sanatorio dove era stato internato.
Durante la reclusione volontaria che il pittore aveva richiesto come aiuto continuò ad avere crisi di epilessia accompagnate da episodi di violenza e da tentativi di suicidio; Van Gogh tentò anche di ingerire i colori e il petrolio che usava per dipingere. Durante la permanenza nell'ospedale psichiatrico le sue opere cominciarono a essere esposte e apprezzate, ma il riconoscimento era accompagnato da un peggioramento irreversibile delle sue condizioni di salute, per cui prese la decisione di lasciare definitivamente la casa di cura. Una volta uscito si trasferì vicino a Parigi, dove continuò a dipingere e si sparò nell'estate del 1890, trovando la morte.

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L'Isis fa sapere che è a sud di Roma e molti applaudono facendo battutine: "Dategli il Parlamento!" "Mi raccomando occhio al Raccordo Anulare!" "Uccidete tutta la casta!" oppure, qualcuno che vuole dimostrare di essere mediamente più acculturato grida la sua vergogna in maniera più articolata. Cito: "ogni giorno scopriamo una nuova (o vecchia) porcheria che si verifica sotto i nostri occhi...l'Expo, la Terra dei Fuochi, una donna di 40 anni malata di cancro licenziata perché stava troppo assente per curarsi.....Posso dire che mi fa più paura questo governo che non l'Isis???"Signora mia, farebbe meglio a preoccuparsi più dell'ISIS che decapita le persone a sangue freddo o fa esplodere i bambini al mercato del villaggio piuttosto che di qualche cane nostro governante che fa schifo ed è un ladro ma almeno non ci vuole sgozzare come maiali o negarci di uscire senza veli e non accompagnate da qualche uomo... Queste parole le ho lette su internet, non solo una volta e ribadisco che posso essere d'accordo con l'indignazione verso questo "sistema" o meglio società, ma voglio fare dei distinguo. Non è colpa del governo se la malata di cancro viene licenziata a 40 anni, ma semmai del datore di lavoro del singolo, quindi occhio a fare di tutta l'erba un fascio; tralasciando per un istante i fatti di una realtà (la nostra) marcia e di una società (la nostra) immorale e in declino, consideriamo la questione ISIS per quello che è. La priorità è capire se il governo sta facendo qualcosa di effettivo per la nostra sicurezza, cosa sta facendo e cosa possiamo fare per evitare che questi simpaticoni ci facciano un qualche attentato facendosi esplodere, piazzando qualche bomba, buttando qualche razzo a caso sulle nostre città o magari mandando soldati ad attaccare con una guerra vera e propria le nostre città. Non sarebbe bello svegliarsi domani mattina e vedere che hanno fatto saltare in aria il Duomo di Milano, il Cenacolo, la Mole Antonelliana, il Colosseo o Roma Fiumicino. Probabilmente questo non succederà perché i luoghi sensibili sono già abbastanza blindati ma potrebbe capitare nei quartieri dove abitiamo, nelle cittadine di provincia magari.Fermo restando che fare la guerra contro uno stato non ha senso nel momento in cui si ha a che fare con un'organizzazione terroristica transnazionale, in qualche modo va fatta una ricerca capillare delle persone che sono parte di questi gruppi ed eliminate alla radice. Questo però costa dal punto di vista morale soprattutto perché bisogna scendere a dei compromessi con se stessi, con il proprio sistema di valori. La democrazia di oggi, il benessere in cui viviamo, la nostra libertà di espressione più o meno grande e più semplicemente, se proprio siete in polemica su tutto questo perché fallace o inconsistente, il nostro stile di vita quotidiano, lo dobbiamo a chi ha combattuto una guerra con le unghie e con i denti, a chi per sopravvivere ha agito con la forza in maniera necessaria, a chi si è sporcato le mani di sangue per la Liberazione; quindi occhio ora a fare i risentiti e a pensare tanto al pacifismo, perché tutto quello che abbiamo ha avuto un costo morale, perché all'epoca era la cosa giusta da fare e l'unica possibile. E quando i padri della nazione hanno scritto sulla costituzione che "l'Italia ripudia la guerra" l'hanno scritto nel momento in cui si era finito di combattere a monito per le generazioni europee future che non andassero più in giro a invadere gli altri paesi vicini.In qualche modo ci dobbiamo difendere se vogliamo vivere ed è un abominio strizzare l'occhio ai terroristi, anche scherzando, perché quelli sappiamo bene che non amano l'ironia e le bombe le tirano sul serio.

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Capita. Capita di non sapere come iniziare un post (questo) così come tante altre cose, per esempio ritornare per una serata a un ambiente snob, costituito da gente apparentemente tranquilla e aperta e in realtà arida e piena di pregiudizi. Questo tipo di persona lo conosco bene e si definisce "perbene". Odio tanto questa espressione che alla fine non so neanche se si scriva così o se siano in realtà due parole staccate.
Nei loro discorsi autoreferenziali traspaiono tutte queste caratteristiche: sono perbene, tranquilli, aperti e soprattutto gran lavoraori. La prima è giustificata dall'ultima perché le persone che lavorano sono per forza perbene e non gli si può dire nulla. Loro sono figli di imprenditori e sanno bene cosa vuol dire lavorare, l'hanno visto fare dai loro genitori. Come se i figli di gente comune come impiegati e operai non avessero la minima idea di cosa significa lavorare e sacrificarsi. Ma per favore! Io e la mia famiglia ci siamo sempre alzati all'alba per tornare a casa con il buio e neanche per chissà quale stipendio. Io poi ho seppellito tutto, sogni, aspettative e ambizioni, soltanto per trovare uno straccio di lavoro con una paga decente. Sacrifici e impegno, dicono. Sorvoliamo...
Loro sembrano tranquilli, si definiscono easy, che poi gli anglosassoni direbbero easy-going per definire cioè quel tipo di persona che va d'accordo con tutti ed è aperto e solare. Ni. Perché prima loro devono vedere come ti chiami, chi sono i tuoi genitori, quanto guadagnano e poi vedere come ti vesti e se sei presentato loro da qualche amico già fidato allora ok, possono essere easy anche con te, come con la schiera di amici che fingono di apprezzare. Altrimenti ti deridono, ti disprezzano, ti prendono in giro e ti trattano dall'alto in basso come l'ultimo dei pezzenti, come se fossi il loro maggiordomo. Quanta gente così c'era al mio liceo...
Ormai le donne di quella "classe" sociale pensano di essere emancipate perché oltre ad aver abitato in città italiane diverse sono andate all'università e hanno fatto un master in America. Non ci arrivano a capire, poverette, che queste cose le hanno fatte solo grazie ai genitori. Sono loro che hanno contribuito economicamente alla formazione delle figlie, le quali, al massimo, si sono impegnate. Io riconosco più umilmente che i miei genitori mi hanno permesso di studiare e non mi arrogo nessuna bravura particolare. Quando mi dicono che sono brava rispondo: "Non è vero, basta studiare."
Queste donne dicono che i principi azzurri non esistono, che non si ottiene niente dagli uomini e che tutto costa fatica. Sono d'accordo anche se non vado a sbandierarlo in giro ogni 30 secondi. Mi sono sempre tenuta piuttosto lontana dall'universo maschile perché gli uomini in amore non hanno fatto altro che darmi pensieri e preoccupazioni anche se non ci stavo insieme, e sono sempre convinta che non intaccherò mai la mia indipendenza economica per fare la mamma e la moglie. Anzi, fino ai 33 anni suonati non avevo mai avuto un fidanzato (a parte una piccola parentesi con un tizio di cui per fortuna ho perso traccia) e ho pensato sempre a come sarebbe stata la mia vita da sola, progettando la dipartita da casa dopo l'acquisto di un appartamento mio. Non ho mai smaniato per farmi una famiglia ma conosco ragazze a cui piace fare la mamma e a cui piacerebbe. Non le giudico perché è una scelta come un'altra e la cosa importante è che siamo libere di poterla fare.
Quelle però che dall'alto del loro stipendio lordo annuo a 6 cifre mi vengono a dire che gli uomini non li cercano, mi fanno ridere perché sono le prime a portarsi a letto chiunque e perché poi se si mettono con qualcuno prima gli hanno rigirato il portafoglio in maniera spregiudicata. Oppure finiscono con il tizio che lavora per l'azienda di papà oppure con un rampollo dalle aspettative rosee. Quanto amore. Del resto le persone perbene si accoppiano solo tra di loro.
Dall'alto della loro vita vissuta, tali individui ti vengono a parlare di sogni e di quanto bisogna faticare per costruirsi qualcosa, di quanto bisogna buttare tutto all'aria per i propri sogni. Certo, tralasciano di dire che non è così semplice quando guadagni 1000 euro al mese e hai le spese che ti inseguono. In quel caso prima di pensare ai sogni pensi agli incubi delle bollette che si susseguono. Tralasciano di dire che loro hanno un gruzzolo da parte e papà basta una chiamata e sgancia un assegno da 30000 euro per aiutarle. La mia amica che è andata via di casa a 16 anni non può dire lo stesso. Dimenticano anche di dire che loro grazie al fatto di far parte di quella casta riescono a conoscere gente che gli dà opportunità di lavorare in ambienti che la gente comune si sogna. Se gli va male fanno qualche telefonata e un impiego al top salta fuori. Se a noi ci va male finiamo sotto a un ponte. E dimenticano anche di dire che se decidono di scrivere un libro, diventare chef, fare i pittori, i fotografi o altro avranno sempre qualcuno che da dietro li spinge, qualche conoscente o finto amico che li aiuta con qualche aggancio. Perché loro sono gente perbene mentre a noi non ci caga nessuno, e questo paese non dà per niente una possibilità per merito, ma solo per chi in qualche modo fa parte del giro. Questo succede solo in una società immorale.

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