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Vita, morte e miracoli di Bea
Dopo essere stata a Genova per la mostra di Frida sono andata a Torino prsso Palazzo Chiablese per visitarne un'altra dedicata a Tamara de Lempicka. Oltre alle opere scelte, che sono circa un centinaio, sono presenti numerose foto in cui la bionda pittrice compare nella sua eleganza o dove vengono raffigurate le sue modelle, che furono in alcuni casi anche sue amanti. Ma oltre all'attenzione per luci e ombre con il sapiente uso dei colori, oltre ai particolari dei vestiti che ricordano l'opulenza della società che Tamara frequentava, oltre alla fisicità squadrata dei soggetti, cogliamo nell'autrice il grande amore per la figlia Kizette e la devozione verso la Madonna. È una personalità forte e sfaccettata quella della Lempicka, pilastro dell'art déco, e per questo non sempre compresa dalla critica.
Alla fine della mostra mi sono concessa un giro della città, nel centro pullulante di giovani musicisti di strada e lungo le rive del Po ai Murazzi.

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La verità. Una gran bella cosa la verità, la vogliono tutti in tasca perché averla porta anche ad aver ragione. Tutti hanno la loro, purtroppo, e cercano di dare spiegazioni, giustificazioni e finiscono per fare dei ragionamenti che non hanno nulla di logico. Invece che partire dall'analisi dei fatti (dati), analizzare i rapporti di causa-effetto e giudicare in modo impersonale se i fatti sono giusti o sbagliati da un punto di vista etico-morale considerano fatti e parole attraverso il loro filtro personale e cioè valutando chi è la persona che si è comportata in un determinato modo, se è una persona importante per loro, che tipo di motivazioni ha mosso il soggetto ad agire e, quando va bene, valutano attraverso il loro impianto di valori.
Tutto questo finisce per distorcere il pensiero dalla realtà, perché il filtro personale è troppo forte e si finisce per esprimere un pensiero in base a degli stati emozionali. E’ un giudizio fluido, fortemente personale e influenzato dagli stati d’animo del momento, difficilmente stabile.
Il passo successivo in coloro che tentano di elaborare ragionamenti di questo tipo è non fermarsi a giudicare solo i meri fatti tramite le proprie emozioni (per quanto la capacità di giudizio sia già ampiamente compromessa), ma fare delle implicazioni, fare delle ipotesi usando per esempio il periodo ipotetico (“se… allora”). Se da un lato questo procedimento è logico, perde di valore quando si parte da una base reale, un evento accaduto veramente, e si trasla su un piano fantascientifico irreale. Il rischio di saltare i passaggi logici è quello di arrivare a conclusioni affrettate e fallaci che non hanno riscontro nella realtà e vivere in una propria dimensione, facendosi delle idee sbagliate sugli altri.
Questo è il procedimento adottato dai feeler più che da noi thinker che siamo soliti analizzare tutto puntigliosamente anche nel linguaggio altrui.

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L'evento più grosso che si è svolto recentemente è stata l'apertura di EXPO, quella che dovrebbe essere l'esposizione universale e che in realtà è piuttosto la pubblicizzazione del nulla. Non voglio dilungarmi sull'evento perché sono abbastanza schifata dai retroscena, non da ultimo il fatto che Farinetti sia patrono della manifestazione senza aver fatto bandi o aver partecipato a una qualsiasi selezione poiché è pappa e ciccia con Renzi. Volete forse credere che non darà al PD neanche un centesimo di quanto incasserà durante i sei mesi di apertura?
C'è stata poi una campagna mediatica che ha dipinto il movimento No-EXPO come il male assoluto. Chi è contro è un "gufo", un pessimista e non è preso in considerazione anche se le sue critiche sono corrette. Va zittito e basta, mentre va invece adorato un progetto realizzato in maniera mafiosa tra appalti, subappalti, ruberie e bustarelle, totalmente inutile per incrementare i posti di lavoro, visto che per gestire i visitatori si sono presi un sacco di volontari o gente con contratti a termine di 6 mesi quando va proprio di lusso. Inoltre EXPO creerà problemi nel momento della chiusura e dello smantellamento del sito risultando, tirate le somme tra acquisto di terreno agricolo a prezzi stratosferici, cementificazione pesante e costi di partenza lievitati alle stelle, uno spreco di denaro pubblico per l'arricchimento di imprenditori privati. Non si è persa l'occasione in seguito alla manifestazione del 1° maggio, che ha visto il ritorno dei Black Bloc che avevano infiammato il G8 di Genova nel 2001, di criticare il movimento No-EXPO anche se i manifestanti non avevano niente a che vedere con i violenti. Tutti gli incappucciati sono riusciti a sfuggire alla polizia, e questo non è un caso se pensiamo a come invece i manifestanti contro la riforma della scuola sono stati manganellati. Tutto viene orchestrato sapientemente per dirigere il consenso pubblico verso l'accettazione del neoliberismo e delle politiche economiche classiste: i poveri sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. Chi tira le fila sa come muovere le pedine, giocoforza l'indignazione della gente per chi ha sfasciato le vetrine di 2 negozi ma non per chi ce li ha messi.
Ciò che mi fa più paura è la reazione della gente, che rifiuta la violenza senza capire che spesso a furia di non venire ascoltato l'unica risposta che puoi dare per farti sentire è la violenza, senza capire che in questo caso tutto è stato pilotato, gente che rifiuta la violenza ma poi appoggia i respingimenti e i bombardamenti (!) dei barconi di clandestini in arrivo sulle nostre coste. Come sempre la coerenza è una gran cosa quando non dobbiamo applicarla noi in prima persona. A migliaia muoiono nei nostri mari ma ci si arrabbia di più per il fatto che vengano qui.
È la stessa mentalità becera e miope che applaude al Jobs Act (nome altisonante per dare un tono al nulla) che ha in pratica aggirato la discussione sull'art. 18 e ha permesso la precarizzazione di tutto il mercato del lavoro, poiché ora tutti gli imprenditori assumono a tempo indeterminato con il Jobs Act, un contratto con sgravi per 3 anni sì, ma che non garantisce l'assunzione definitiva ma permette all'imprenditore alla scadenza dei 3 anni di lasciare a casa il lavoratore. E chi tra questi sarà così stupido da non licenziare per poi assumere un nuovo dipendente dopo 3 anni? Il giochetto ha reso quindi i vecchi lavoratori con in mano un tempo indeterminato vero una minoranza esigua che lentamente si estinguerà, eppure la gente è contenta così, non si lamenta... Ancor più mi vergognerei ad essere uno di quei giornalisti che esaltano queste manovre scrivendo sotto dettatura che sono la risoluzione dei problemi o che ci sono più assunzioni ora.
La mentalità becera è quella che fa credere agli italiani che i vaccini non servono o che la carne non va data neanche ai bambini nell'età dello sviluppo. È quella mentalità di finta contestazione radical-chic che imperversa ma che si concentra sulla pagliuzza nell'occhio altrui quando nel proprio c'è una trave... È quella che porta i milanesi a pulire tutto in seguito al 1° maggio (e intanto l'AMSA risparmia sul personale e ringrazia) oppure a ripulire la città dai graffiti (AMSA si sfrega le mani). Ora che c'è EXPO infatti bisogna presentare una città splendente a qualsiasi costo e i milanesi ci tengono a dimostrare che sono bravi, puliti e civilizzati. Non dovrebbe stupire quindi che nella foga sia stato tolto anche un graffito fatto da Pao nel 2001 in un parco per bambini dietro al Castello. Pao scrive su Facebook che il giorno i cui dipinse il murales "Un vigile passò di lì e in quanto dotato di buon senso, ci disse di continuare, che lui non aveva visto niente" e oggi il movimento Retake Milano, con la tipica arroganza saccente dei falsi perbenisti, si risente del fatto che Pao stesso abbia commentato l'accaduto definendolo "avventato" ed espresso le sue perplessità cosi: "certo il murales era scolorito, con qualche pasticcio sopra, ma è evidente che per molti era ancora preferibile al noiosissimo rosa pallido che hanno scelto. Non era meglio prima parlare con i residenti? E magari contattare chi quel muro aveva dipinto, se pur senza permesso ufficiale, con il consenso dei fruitori di quello spazio?"
Vorrei che l'accaduto sia dovuto a cecità, a un intorpidimento del giudizio, invece tutto questo lo devo ascrivere alla totale assenza di tolleranza verso le espressioni artistiche e culturali della società della periferia, a un imbarbarimento generalizzato volto a cancellare (e in questo caso in maniera letterale) tutto ciò che non si conforma al modello dominante.
L'omologazione è il più gran crimine del XXI secolo, figlio dell'odio per il diverso che ha portato ai nazionalismi del secolo scorso e al nazi-fascismo.
Dobbiamo stare attenti ed educare alla tolleranza, alla pluralità di visioni, alla convivenza, altrimenti come potremo pensare a una società multiculturale?
È necessario partire da questo se vogliamo avere la speranza di far sopravvivere le culture che ci circondano, partendo dalle nostre senza per forza parlare di popoli di Asia o Africa. È la cultura del cibo locale prodotto a km zero che dobbiamo far sopravvivere e non quella delle multinazionali e dei fast food, la cultura degli abiti che rispecchiano le tradizioni e la storia piuttosto che quella delle grandi marche che producono in maniera seriale, è la cultura dei lavori che nobilitano l'uomo e lo fanno sentire utile, che non lo schiavizzano come succede invece con il finto volontariato ad EXPO (ed è solo un esempio).
Queste parole suoneranno fuori moda ma ribadisco il mio pensiero: questa è un'epoca in cui l'ottusità, la superficialità e il finto perbenismo nonché la conformità a un unico modello creano mostri. Io non vorrei vivere in questo periodo grigio, in questo posto lugubre, più spento di quanto sono spenta io in certe giornate, ma mi tocca perché non si può scegliere con chi condividere la propria vita, nè dove. Mi sento accerchiata più di un tempo da una dimensione sociale sgradevole e purtroppo gli scenari futuri mi dicono che non potrà che peggiorare.

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Ogni mattina mi sveglio e fatico ad alzarmi dal letto; ormai è noto che i miei orari di sonno sono spostati sul tardi. Qualche volta quando mi sveglio il mio cervello comincia a mettersi in moto velocemente e non posso fare a meno di tirare le somme su alcuni aspetti della mia vita. Per esempio so che ogni mattina mi alzo e mi aspetta un lavoro in un ente pubblico, che sono una della minoranza ancora tutelata da qualche straccio di legge con il mio contratto a tempo indeterminato. Per questo nei media mi chiamano "privilegiata", so che l'opinione pubblica mi ritiene tale. So che questo contratto l'ho vinto come in una partita a scacchi: ogni mia mossa è stata come una battaglia per avere quello che ho. Ho risposto a ogni tentativo di pormi in scacco senza arrendermi, tra un lavoro e l'altro, e alla fine, con un po' di fortuna e molto impegno, sono riuscita ad avere il mio posto. Ogni mattina quindi vado a fare qualcosa per il mio Paese, per contribuire e per dare un servizio, anche se la gente dice che nel pubblico impiego ci sono fannulloni (non siamo tutti così) e anche se molti utenti ci trattano come se fossimo i loro schiavi. Anche questo fa parte della partita, questo come la natura del mio contratto, che è fisso ma in realtà una scadenza ce l'ha, ed è il 2019. Difatti questa è la data in cui la struttura dove lavoro "morirà" e le università si riuniranno per decidere cosa ne sarà di noi e del Diritto allo Studio Universitario. Tutto questo se nel frattempo i governi che ci saranno da qui a 4 anni non decidano di abolire il Diritto allo Studio. Non possono farlo d'emblé, c'è bisogno di una riforma della Costituzione, ma non mi stupirei se succedesse.
Quindi spero che in questo lasso di tempo nessuno voglia muovere quelle pedine che mi metterebbero in difficoltà, come manipolare la gente e portarla a pensare che il Diritto allo Studio sia più un privilegio che non appunto un diritto fondamentale per cui bisogna eliminare fondi ed enti, oppure modificando la Costituzione in modo da eliminare i diritti che prevede. È qualcosa di cui ultimamente la classe politica si è dimostrata capace; ormai non ci stupisce più nulla di quanto fa il governo. Quello che fa paura è l'avvallo da parte dei poveracci.
L'altro scenario che si potrebbe aprire è la chiusura con assorbimento da parte dell'Università degli impiegati come da Statuto: una sorta di caduta con il paracadute, in cui avverti l'atterraggio ma in maniera soft.
E se questi accordi venissero stracciati? Dovrei ridisegnare la mia vita all'età di 39 anni, che non è semplice in un mondo del lavoro dove ormai ci sono solo tirocini e stage finti che coprono veri e propri contratti di lavoro mai sottoscritti. La possibilità di assumere a tempo determinato per 8 anni massimo per tre volte consecutive prima e il Jobs Act poi hanno fatto sì che comunque vada se resto a casa da questo lavoro non avrò più lo stesso contratto e gli stessi diritti. Non ce li avrà più nessuno che perde il lavoro da qui in poi. La precarietà è ormai diventata un nuovo stile di vita per tutti coloro che non hanno scelta e che non sono parte dell'élite che non deve lavorare per vivere, per quelli che nonostante studi e impegno non possono entrare nei posti di lavoro più qualificati e magari di prestigio perché privi delle conoscenze per arrivarci oppure perché non appartenenti alle dinastie familiari che si tramandano i ruoli di potere di padre in figlio. Questa è la realtà italiana e non sembra esserci via d'uscita.
Qualsiasi cosa mi succeda, cerco di non vivere con la data di scadenza in testa, manco fossi uno yogurt, o con l'idea che mi andrà male, ma semmai cerco di capire quali possibilità posso avere e che fare per migliorare il mio profilo lavorativo da qui a 4 anni. Forse dovrò seguire corsi o imparare qualcosa di nuovo e appetibile per le aziende ma devo pensarci ancora a fondo. Se mi va male potrei fare quello che forse dovevo fare a 20 anni: emigrare.
È fondamentale per me vincere questa partita perché voglio e pretendo una vita dignitosa. Il lavoro non si maschera con altri nomi, non si pretende volontariato e il lavoro si paga.
E non si fa come quelle agenzie di lavoro interinale specializzate a farti sentire in colpa perché non abbastanza appetibile a un mercato del lavoro dove in realtà c'è il Far West. Loro sono quelli che ci ricavano dalla disoccupazione. Fanno finta di cercarti un lavoro che non c'è e sono pagati per farlo, addirittura dall'Unione Europea. Loro sono insomma quelli che in tempi di crisi effettiva si sono creati un'occupazione nel settore dei servizi vendendo in realtà il nulla, in un'azienda che non produce niente se non schiavitù nelle ipotesi più rosee.
In più ti dicono che tu forse non ti poni correttamente, che forse non sei abbastanza preparato, abbastanza flessibile... Aveva ragione quella ragazza ieri sera in TV che diceva che siamo prostitute del lavoro. Loro fanno ricadere la colpa dell'assenza di occupazione su di te quando in realtà tu non hai niente che non va. E ci metti un po' a capirlo. Ci metti un po' a capire che non è vero, che tu non hai niente che non va. Anche questo aspetto che ti fa sentire un sacco di sensi di colpa e di incapacità, che ti fa sentire un reietto, un "drop out", fa parte della partita a scacchi.
Io aspetto la prossima mossa del mio avversario e più passa il tempo più mi sento forte: è una battaglia che spetta a me e in qualche modo ne verrò fuori vincente.

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Si potrebbero scrivere un sacco di cose su come bisognerebbe organizzare la prevenzione delle catastrofi o forse sarebbe meglio dire delle stragi come quella che si è registrata oggi al largo delle nostre coste. Non era la prima che capitava, c'è stata Lampedusa lo scorso autunno con i migranti in fuga dall'Africa affogati e le bare bianche in fila al porto e non era il primo barcone che si vedeva pieno di disperati. Chi non ricorda i barconi provenienti dall'Albania tanti anni fa?
Eppure l'opinione pubblica sembra più disinteressata, più preoccupata da altro, più concentrata su altro almeno fino a oggi. Perché oggi di gente ne è morta parecchia e questa volta è necessario trovare una soluzione preventiva che tenga in conto tutto, dall'UE allo sforzo umanitario, dalle spese da sostenere all'ISIS...
Bisogna pregare per i morti e agire ora, perché non accada più.


Erri De Luca
Lampedusa 2 ottobre 2014
da Agorà speciale Rai3, 3 ottobre 2014
Sperando che qualcuno la metterà in musica

"Preghiera Laica"

Mare nostro che non sei nei cieli
e abbracci i confini dell'isola e del mondo
sia benedetto il tuo sale
e sia benedetto il tuo fondale.
Accogli le gremite imbarcazioni
senza una strada sopra le tue onde,
pescatori usciti nella notte,
le loro reti tra le tue creature,
che tornano al mattino
con la pesca dei naufraghi salvati.

Mare nostro che non sei nei cieli,
all'alba sei colore del frumento,
al tramonto dell'uva di vendemmia
che abbiamo seminato di annegati
più di qualunque età delle tempeste.
Tu sei più giusto della terra ferma
pure quando sollevi onde a muraglia
poi le riabbassi a tappeto.
Custodisci le vite, le visite cadute
come foglie sul viale,
fai da autunno per loro,
da carezza, da abbraccio, da bacio in fronte
di padre e di madre prima di partire.

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Gennaio - Febbraio 2014
Arch Enemy: I will live again
Dream Theater: Voices
Vinicio Capossela: Che coss'è l'amor?
Pearl Jam: Sirens
Iron Maiden: The Number of the Beast (album)
Paco De Lucia: Arabesque Trio
Claudio Baglioni: Amore bello

Marzo 2014
Sting: Every little thing she does is magic
Ryan Adams: When the stars go blue
Edoardo Bennato: Una settimana, un giorno
Avenged Sevenfold: Hail to the King
Mia Martini: Almeno Tu nell'Universo
Tiromancino: Liberi

Aprile 2014
Dream Theater: Surrounded
Vincenzo Bellini: Vaga luna che inargenti
Chet Baker: Almost Blue
Francesca Michielin: Amazing
Dream Theater: Another Day
Franz Englaro: I don't know

Maggio - Giugno 2014
Vincenzo Bellini: Ma rendi pur contento
Johnny Cash: Hurt
Alterbridge: Watch over You
System of a Down: System of a Down (album)
Michael Jackson & Junstin Timberlake: Love never felt so good
Dream Theater: Innocence Faded
System of a Down: Toxicity
Franz Englaro: Love Kills

Luglio 2014
Dream Theater: Caught in a Web
Dream Theater: Take the Time
Dream Theater: Lifting Shadows off a Dream
The Clash: Police on my back
Emis Killa: Maracana
Cesare Cremonini: Logico
Franz Englaro: Out of Control

Agosto - Settembre 2014
Bruce Springsteen: Outlaw Pete
The Clash: London Calling
Blur: Tender
Dream Theater: Pull me under
Dream Theater: Wait for Sleep
Franz Englaro: War

Ottobre 2014
Sandy Denny: Late November
Dream Theater: The Dark Side of the Moon (cover)
U2: Every Breaking Wave (instrumental)
U2: The miracle of (Joey Ramone)
Franz Englaro feat. Alex Cogoli: Africa Time

Novembre - Dicembre
Dream Theater: The Mirror / Lie
Adele: Turning Tables
Dream Theater: Anna Lee
Dream Theater: Hollow Years
Aretha Franklin feat. Adele: Rolling in the Deep
Dream Theater: Trial of Tears
Franz Englaro: Lies

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Gran bella serata quella dello scorso 6 marzo presso il Circolo del PRC Casaletti per la presentazione del libro "Chiamarlo amore non si può" sulla violenza sulle donne, dove ho intervistato le mie amiche Gaia, in qualità di psicologa, e Chiara, autrice di uno dei 23 racconti contenuti nel volume. L'incontro si è aperto con una panoramica sulla genesi dell'opera, a partire dalla scelta iniziale dell'editore di far partecipare solo donne alla stesura del testo, con inevitabili diatribe sulla scelta di escludere volontariamente gli uomini dal progetto editoriale, fino alla lettura di uno dei 23 racconti, quello scritto proprio da Chiara, che mostra una ragazza adolescente inserita in un contesto familiare difficile. Chiara sottolinea la finalità educativa del libro, destinato ai più giovani ma ricco di spunti di riflessione anche per gli adulti.
Interviene poi Gaia, che ricorda quanto la violenza non sia soltanto fisica nei casi di maltrattamento, ma anche psicologica. Questa lascia segni molto profondi anche se non visibili, ed è spesso una relazione apparentemente normale che si trasforma nel tempo in un rapporto violento o, parafrasando il titolo, che non si può chiamare amore. L'uscita da queste situazioni non è semplice e Gaia porta come esempio le numerose vittime che segue per professione ogni giorno.
L'intervento è intervallato da diverse domande che dimostrano quanto sia sentito il tema da parte del pubblico. Questi rapporti se non possono essere definiti d'amore rimangono comunque guidati da sentimenti molto forti e da un legame totalizzante tra i due protagonisti.
Una risposta per contrastare la violenza sulle donne arriva da una società più equa. Siamo noi stesse che dobbiamo lottare per i nostri diritti: un salario pari a quello maschile a parità di mansioni e inquadramento, il mantenimento della legge 194, una condanna ferma della violenza verbale usata contro le donne ma anche, come faceva notare Chiara, l'uso di termini femminili anche per quelle cariche o professioni che fino a poco fa erano riservate agli uomini laddove esercitate da donne.
A fine serata sono state vendute 15 copie del libro, per un totale di 195 euro che, tolte le spese editoriali, verranno destinati all'associazione AIDOS, in particolare per il progetto di prevenzione delle mutilazioni femminili in Burkina Faso. L'opera ha infatti carattere benefico per cui sia le autrici che l'editore hanno deciso di devolvere completamente i proventi della vendita. Invito quindi all'acquisto del libro e a effettuare donazioni all'associazione, a cui è possibile destinare il 5 per mille. Sul sito dell'AIDOS sono riportati tutti i riferimenti per i versamenti: http://www.aidos.it/ita/pagine/index.php?idPagina=117
Ero felicissima di questa serata e non solo per il denaro raccolto, ma perché è raro riuscire a passare una sera intellettualmente interessante e stimolante come questa, gradita dai presenti e in cui sono passati dei messaggi importanti.

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Oggi sono stata alla mostra su Van Gogh, incentrata sul tema uomo-terra. La scadenza dell'evento, prevista l'8 marzo, è stata posticipata al 15, dato l'enorme afflusso di pubblico.
Non potevo mancare a questa mostra, ho sempre amato questo artista sin da quando avevo circa 10 anni e quando penso che in soli 4 giorni riusciva a completare una tela e a iniziarne un'altra la mia stima per lui sale ancor più.
Di Van Gogh si sa molto: visse con la famiglia in Olanda, poi si trasferì per lavoro in altre città, tra cui Londra, e, una volta giunto ad Amsterdam, tentò l'ammissione alla Facoltà di Teologia ma fallì. Il fervore religioso e l'interesse per i poveri lo spinsero verso la predicazione del Vangelo da un lato e attività umanitarie dall'altro; tutto ciò non gli garantiva però un reddito per sopravvivere. Già a quest'epoca, prima del 1881, anno in cui iniziò l'attività artistica da professionista, il suo equilibrio psico-fisico era molto fragile; gli insuccessi lavorativi e il rifiuto da parte di una ragazza verso cui si era dichiarato avevano contribuito a incupirlo e a generare in lui la depressione.
Dopo aver lottato contro l'ostilità del padre che non voleva un figlio pittore decise di iniziare l'Accademia di Belle Arti e successivamente trasferirsi a Parigi. Qui conobbe le avanguardie e l'impressionismo e, sebbene non seguisse queste due correnti, alcuni influssi si possono ritrovare nei suoi lavori, soprattutto nella pennellata. Il suo lavoro fu molto influenzato dal trasferimento anche nella scelta dei colori: non più atmosfere cupe e cieli di campagna plumbei, ma un'esplosione di gialli e blu nella sua tavolozza, mentre sulla tela non c'erano più i contadini ma ritratti di conoscenti e amici. In una prima fase olandese della sua attività, troviamo quadri come "I mangiatori di patate" da cui Van Gogh trasse una litografia, disegni in bianco e nero come "La spigolatrice", o ancora i "Contadini che piantano patate", dipinto a colori, dove i volti e l'identità dei soggetti sono sempre volutamente celati. Per i mangiatori di patate l'autore scrisse: "Ho voluto, lavorando, far capire che questa povera gente, che alla luce di una lampada mangia patate servendosi dal piatto con le mani, ha zappato essa stessa la terra dove quelle patate sono cresciute; il quadro, dunque, evoca il lavoro manuale e lascia intendere che quei contadini hanno onestamente meritato di mangiare ciò che mangiano. Ho voluto che facesse pensare a un modo di vivere completamente diverso dal nostro, di noi esseri civili. Non vorrei assolutamente che tutti si limitassero a trovarlo bello o pregevole." E' un vero e proprio manifesto di intenzioni. Van Gogh era socialista e fortemente interessato dalla vita dura dei campi; spesso trascorreva le giornate camminando per campi, portando in spalla gli attrezzi per dipingere e alla fine della giornata di lavoro trascorreva il proprio tempo con i contadini aiutandoli nelle faccende domestiche. Nella seconda fase parigina e ad Arles, nel sud della Francia, Van Gogh frequentò molti artisti, tra cui Gauguin, con cui ebbe un rapporto burrascoso, tanto quanto quello con la critica e il mondo dell'arte in generale che non lo apprezzava, costringendolo a una vita di miseria per cui doveva ricorrere spesso all'aiuto economico da parte del fratello Theo, con cui visse a Parigi per un breve periodo. Di questa fase molto intensa troviamo invece per esempio quadri che sfruttano l'uso dei colori complementari (per esempio giallo e viola) come "La natura morta con cipolle", la "Veduta di Saintes-Maries-de-la-Mer" e il "Paesaggio con covoni di grano e luna che sorge", l'ultima opera di cui il pittore fece in diverse versioni che raffigurava un campo di grano che si vedeva dalla finestra della sua camera nel sanatorio dove era stato internato.
Durante la reclusione volontaria che il pittore aveva richiesto come aiuto continuò ad avere crisi di epilessia accompagnate da episodi di violenza e da tentativi di suicidio; Van Gogh tentò anche di ingerire i colori e il petrolio che usava per dipingere. Durante la permanenza nell'ospedale psichiatrico le sue opere cominciarono a essere esposte e apprezzate, ma il riconoscimento era accompagnato da un peggioramento irreversibile delle sue condizioni di salute, per cui prese la decisione di lasciare definitivamente la casa di cura. Una volta uscito si trasferì vicino a Parigi, dove continuò a dipingere e si sparò nell'estate del 1890, trovando la morte.

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L'Isis fa sapere che è a sud di Roma e molti applaudono facendo battutine: "Dategli il Parlamento!" "Mi raccomando occhio al Raccordo Anulare!" "Uccidete tutta la casta!" oppure, qualcuno che vuole dimostrare di essere mediamente più acculturato grida la sua vergogna in maniera più articolata. Cito: "ogni giorno scopriamo una nuova (o vecchia) porcheria che si verifica sotto i nostri occhi...l'Expo, la Terra dei Fuochi, una donna di 40 anni malata di cancro licenziata perché stava troppo assente per curarsi.....Posso dire che mi fa più paura questo governo che non l'Isis???"Signora mia, farebbe meglio a preoccuparsi più dell'ISIS che decapita le persone a sangue freddo o fa esplodere i bambini al mercato del villaggio piuttosto che di qualche cane nostro governante che fa schifo ed è un ladro ma almeno non ci vuole sgozzare come maiali o negarci di uscire senza veli e non accompagnate da qualche uomo... Queste parole le ho lette su internet, non solo una volta e ribadisco che posso essere d'accordo con l'indignazione verso questo "sistema" o meglio società, ma voglio fare dei distinguo. Non è colpa del governo se la malata di cancro viene licenziata a 40 anni, ma semmai del datore di lavoro del singolo, quindi occhio a fare di tutta l'erba un fascio; tralasciando per un istante i fatti di una realtà (la nostra) marcia e di una società (la nostra) immorale e in declino, consideriamo la questione ISIS per quello che è. La priorità è capire se il governo sta facendo qualcosa di effettivo per la nostra sicurezza, cosa sta facendo e cosa possiamo fare per evitare che questi simpaticoni ci facciano un qualche attentato facendosi esplodere, piazzando qualche bomba, buttando qualche razzo a caso sulle nostre città o magari mandando soldati ad attaccare con una guerra vera e propria le nostre città. Non sarebbe bello svegliarsi domani mattina e vedere che hanno fatto saltare in aria il Duomo di Milano, il Cenacolo, la Mole Antonelliana, il Colosseo o Roma Fiumicino. Probabilmente questo non succederà perché i luoghi sensibili sono già abbastanza blindati ma potrebbe capitare nei quartieri dove abitiamo, nelle cittadine di provincia magari.Fermo restando che fare la guerra contro uno stato non ha senso nel momento in cui si ha a che fare con un'organizzazione terroristica transnazionale, in qualche modo va fatta una ricerca capillare delle persone che sono parte di questi gruppi ed eliminate alla radice. Questo però costa dal punto di vista morale soprattutto perché bisogna scendere a dei compromessi con se stessi, con il proprio sistema di valori. La democrazia di oggi, il benessere in cui viviamo, la nostra libertà di espressione più o meno grande e più semplicemente, se proprio siete in polemica su tutto questo perché fallace o inconsistente, il nostro stile di vita quotidiano, lo dobbiamo a chi ha combattuto una guerra con le unghie e con i denti, a chi per sopravvivere ha agito con la forza in maniera necessaria, a chi si è sporcato le mani di sangue per la Liberazione; quindi occhio ora a fare i risentiti e a pensare tanto al pacifismo, perché tutto quello che abbiamo ha avuto un costo morale, perché all'epoca era la cosa giusta da fare e l'unica possibile. E quando i padri della nazione hanno scritto sulla costituzione che "l'Italia ripudia la guerra" l'hanno scritto nel momento in cui si era finito di combattere a monito per le generazioni europee future che non andassero più in giro a invadere gli altri paesi vicini.In qualche modo ci dobbiamo difendere se vogliamo vivere ed è un abominio strizzare l'occhio ai terroristi, anche scherzando, perché quelli sappiamo bene che non amano l'ironia e le bombe le tirano sul serio.

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Capita. Capita di non sapere come iniziare un post (questo) così come tante altre cose, per esempio ritornare per una serata a un ambiente snob, costituito da gente apparentemente tranquilla e aperta e in realtà arida e piena di pregiudizi. Questo tipo di persona lo conosco bene e si definisce "perbene". Odio tanto questa espressione che alla fine non so neanche se si scriva così o se siano in realtà due parole staccate.
Nei loro discorsi autoreferenziali traspaiono tutte queste caratteristiche: sono perbene, tranquilli, aperti e soprattutto gran lavoraori. La prima è giustificata dall'ultima perché le persone che lavorano sono per forza perbene e non gli si può dire nulla. Loro sono figli di imprenditori e sanno bene cosa vuol dire lavorare, l'hanno visto fare dai loro genitori. Come se i figli di gente comune come impiegati e operai non avessero la minima idea di cosa significa lavorare e sacrificarsi. Ma per favore! Io e la mia famiglia ci siamo sempre alzati all'alba per tornare a casa con il buio e neanche per chissà quale stipendio. Io poi ho seppellito tutto, sogni, aspettative e ambizioni, soltanto per trovare uno straccio di lavoro con una paga decente. Sacrifici e impegno, dicono. Sorvoliamo...
Loro sembrano tranquilli, si definiscono easy, che poi gli anglosassoni direbbero easy-going per definire cioè quel tipo di persona che va d'accordo con tutti ed è aperto e solare. Ni. Perché prima loro devono vedere come ti chiami, chi sono i tuoi genitori, quanto guadagnano e poi vedere come ti vesti e se sei presentato loro da qualche amico già fidato allora ok, possono essere easy anche con te, come con la schiera di amici che fingono di apprezzare. Altrimenti ti deridono, ti disprezzano, ti prendono in giro e ti trattano dall'alto in basso come l'ultimo dei pezzenti, come se fossi il loro maggiordomo. Quanta gente così c'era al mio liceo...
Ormai le donne di quella "classe" sociale pensano di essere emancipate perché oltre ad aver abitato in città italiane diverse sono andate all'università e hanno fatto un master in America. Non ci arrivano a capire, poverette, che queste cose le hanno fatte solo grazie ai genitori. Sono loro che hanno contribuito economicamente alla formazione delle figlie, le quali, al massimo, si sono impegnate. Io riconosco più umilmente che i miei genitori mi hanno permesso di studiare e non mi arrogo nessuna bravura particolare. Quando mi dicono che sono brava rispondo: "Non è vero, basta studiare."
Queste donne dicono che i principi azzurri non esistono, che non si ottiene niente dagli uomini e che tutto costa fatica. Sono d'accordo anche se non vado a sbandierarlo in giro ogni 30 secondi. Mi sono sempre tenuta piuttosto lontana dall'universo maschile perché gli uomini in amore non hanno fatto altro che darmi pensieri e preoccupazioni anche se non ci stavo insieme, e sono sempre convinta che non intaccherò mai la mia indipendenza economica per fare la mamma e la moglie. Anzi, fino ai 33 anni suonati non avevo mai avuto un fidanzato (a parte una piccola parentesi con un tizio di cui per fortuna ho perso traccia) e ho pensato sempre a come sarebbe stata la mia vita da sola, progettando la dipartita da casa dopo l'acquisto di un appartamento mio. Non ho mai smaniato per farmi una famiglia ma conosco ragazze a cui piace fare la mamma e a cui piacerebbe. Non le giudico perché è una scelta come un'altra e la cosa importante è che siamo libere di poterla fare.
Quelle però che dall'alto del loro stipendio lordo annuo a 6 cifre mi vengono a dire che gli uomini non li cercano, mi fanno ridere perché sono le prime a portarsi a letto chiunque e perché poi se si mettono con qualcuno prima gli hanno rigirato il portafoglio in maniera spregiudicata. Oppure finiscono con il tizio che lavora per l'azienda di papà oppure con un rampollo dalle aspettative rosee. Quanto amore. Del resto le persone perbene si accoppiano solo tra di loro.
Dall'alto della loro vita vissuta, tali individui ti vengono a parlare di sogni e di quanto bisogna faticare per costruirsi qualcosa, di quanto bisogna buttare tutto all'aria per i propri sogni. Certo, tralasciano di dire che non è così semplice quando guadagni 1000 euro al mese e hai le spese che ti inseguono. In quel caso prima di pensare ai sogni pensi agli incubi delle bollette che si susseguono. Tralasciano di dire che loro hanno un gruzzolo da parte e papà basta una chiamata e sgancia un assegno da 30000 euro per aiutarle. La mia amica che è andata via di casa a 16 anni non può dire lo stesso. Dimenticano anche di dire che loro grazie al fatto di far parte di quella casta riescono a conoscere gente che gli dà opportunità di lavorare in ambienti che la gente comune si sogna. Se gli va male fanno qualche telefonata e un impiego al top salta fuori. Se a noi ci va male finiamo sotto a un ponte. E dimenticano anche di dire che se decidono di scrivere un libro, diventare chef, fare i pittori, i fotografi o altro avranno sempre qualcuno che da dietro li spinge, qualche conoscente o finto amico che li aiuta con qualche aggancio. Perché loro sono gente perbene mentre a noi non ci caga nessuno, e questo paese non dà per niente una possibilità per merito, ma solo per chi in qualche modo fa parte del giro. Questo succede solo in una società immorale.

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La mostra "Frida Kahlo e Diego Rivera" attualmente al Palazzo Ducale di Genova fino all'08 febbraio è in realtà un percorso tra le opere di tre personaggi: oltre alle 120 opere di Frida e del marito troviamo le fotografie scattate alla coppia da Nikolas Muray. Questo spiega il grande successo di pubblico per un'esposizione che è approdata prima a Roma e poi nel capoluogo ligure, a cui si aggiunge l'altra mostra fotografica, "Frida y Diego", tenutasi a Milano la scorsa estate. Quadri, disegni e foto raccontano la storia di due artisti molto diversi per personalità e produzione legati fortemente dall'amore reciproco, per la politica con la militanza nel Partito Comunista e per l'arte.
Diego si forma tra Messico, Italia e Spagna, vive il cubismo e le avanguardie, studia da vicino il Rinascimento; tutti questi influssi compaiono nei lavori della fase matura, soprattutto murales, dove dipinge la condizione del popolo, il lavoro, l'umiltà, la voglia di riscatto e la storia del Messico. Si prenda per esempio a "Le venditrici di calle", in cui i coltivatori sono ritratti di spalle, intenti nel loro lavoro, quasi a cancellare volontariamente la loro identità in modo da rappresentare la comunità di agricoltori. Gli stessi fiori, simbolo di purezza, compaiono nel quadro "Ritratto di Natasha Gelman", con una connotazione più sensuale. Infatti, oltre a ritrarre il popolo e a denunciare la condizione delle classi più povere, Rivera dipinge anche alcuni ritratti su commissione per mecenati e amici appartenenti all'alta società come la Gelman.
Mentre Diego quindi produceva opere politicamente impegnate, sociali ed era attivo nel Partito Comunista dove era entrato nel 1922, Frida fa una produzione più intima, personale e psicologica, dove esprime il suo mondo interiore e la sua esperienza di vita. Numerosissimi i suoi autoritratti in diverse vesti come quello con la collana di spine, simbolo della sua sofferenza, quello con le scimmie, immagine ironica dei suoi discepoli, o quello in abiti da Tehuana, il costume bianco tipico delle donne della regione messicana del Tehuantepec, che viene usato la domenica esclusivamente per recarsi alla messa domenicale. La simbologia di queste opere è data dagli elementi naturalistici che fanno da cornice al volto dell'autrice.
Ciò che si ama di più di Frida è la passione e la sofferenza di cui è stata preda tutta la vita. La prima per l'arte, la pittura, Diego, la seconda per la sua condizione fisica precaria, dovuta all'incidente stradale subito a 18 anni e alla malattia, e l'impossibilità di avere figli, i due traumi che hanno segnato tutta la sua vita. Queste sono le due componenti costitutive della sua opera, che traspaiono nei quadri e nel Diario della pittrice; esse sembrano collegate tra loro e imprescindibili: Frida illustra l'incidente stradale più volte ripercorrendolo nel ricordo o inserendolo nei suoi incubi notturni, sceglie l'autoritratto perché confinata a letto in solitudine negli anni della convalescenza il soggetto che vede più spesso e che quindi riesce a raffigurare meglio è se stessa, inserisce Diego costantemente nelle sue opere, l'uomo che amò sempre nonostante i numerosi tradimenti. Nel suo corsetto di gesso che la aiutava a stare in piedi Frida disegna la falce e il martello simbolo del Partito a cui aveva aderito nel 1928 e il bambino che abortì in maniera spontanea.
A chiudere la mostra alcuni abiti usati nella vita di tutti i giorni dall'autrice, che sono più costumi o travestimenti che tendono a ricoprire il corpo di questa donna per celare le sofferenze e le menomazioni dando un'immagine di una fisicità normale e che sono quindi a tutti gli effetti testimonianza della sofferenza dell'artista; a proposito dei suoi abiti ella stessa affermava infatti: "L'apparenza inganna".
Un evento quindi a cui invito a partecipare, nonostante il grande afflusso di persone.

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Attentato alla redazione del giornale satirico Charlie Hébdo a Parigi: 12 morti.
Cosa è cambiato in seguito a questo? Niente. Questo atto terroristico è stupido, non ha ripercussioni politiche, non infonde terrore nel mondo occidentale e non porta nemmeno a nessuna conversione all’islam. Nessuno di questi tre possibili scopi degli attentatori si raggiunge con la violenza, nessuno stile di vita si cambia per imposizione. Anzi ora ci sarà ancora più odio per il diverso, perché certa parte della politica cavalcherà gli eventi per dar contro ai musulmani in genere, quindi ci sarà ancora meno accettazione degli altri, il che porterà ancora a nuovi attentati e tentativi di oscurare la libertà altrui. Siamo sempre qui, ancora a parlare nel 2015 di cecità, di credenze assurde e di estremismi ancora più assurdi. Buon anno.
500 volontari transalpini sono già arrivati in Siria; due eccoli qua, dove saranno gli altri? Le intelligence sono alla ricerca, i corpi di polizia sono in contatto a livello internazionale per lavorare alla sicurezza e speriamo che qualcosa salti fuori.
Si punta il dito verso l'Islam in toto, senza distinzioni, facendo di tutta un'erba un fascio, ma non bisogna dimenticare che molti europei e americani si sono convertiti da cristiani in musulmani e non sono certo dei terroristi. Il problema è chi ha addestrato gli attentatori, il problema è com’è possibile lasciare che un uomo già condannato per terrorismo sia lasciato libero di andare in Siria a fare addestramento e di tornare al suo paese a fare una nuova strage. Personaggi come i criminali che hanno fatto irruzione al Charlie Hébdo oltre a essere deviati hanno un odio per la società di cui c'è da aver paura. E nel frattempo siamo passati alla strategia terroristica islamica 2.0, più subdola e più difficile da contrastare. Ora non più gesti eclatanti come con l’11 settembre, troppo dispendiosi in termini economici e di tempo, troppo difficili da organizzare in un mondo occidentale ormai attento e vigile nella sorveglianza degli obiettivi sensibili, rigido nelle disposizioni negli aeroporti, ma mine vaganti che stanno attorno a noi e che vengono raggiunte tramite internet da questi capi religiosi e convinti a fare quello che fanno. Possono sedere vicino ad un vecchio in metropolitana, possono fare la spesa nel nostro stesso supermercato, possono entrare al cinema che frequentiamo di solito e farsi saltare in aria, o puntare addosso a qualcuno la pistola e fare fuoco. Come con le Twin Towers chiunque può vivere o morire in questa maniera assurda. Questi individui pronti a fare i kamikaze magari sono fragili, di base sono credenti ma non hanno una vera e propria cultura sull'Islam e non hanno niente da perdere forse perché non sono riusciti a fare ciò che volevano nella vita oppure non riescono a integrarsi. Io me li immagino così quelli che partono e vanno in Siria, pieni di odio verso il mondo che li ha cresciuti. Perché gente nata e cresciuta qui in occidente, figli di immigrati ma con gli stessi agi, la stessa società a circondarli, le stesse possibilità degli altri, gente del 1980 come me non ha nessun motivo se non l’odio per prendere e partire per la Siria con lo scopo di imparare a usare armi e tecniche di guerra e di terrorismo.
Quando parlo di stessi agi e stesse possibilità mi riferisco al fatto che queste persone sono come quei nostri compagni di classe figli di immigrati che non hanno mai vissuto nel paese di origine dei genitori, ma soltanto qui. Hanno frequentato le scuole come noi, con noi, hanno avuto lo stesso cibo, gli stessi vestiti nostri, uguali divertimenti, vivono nella stessa nostra città e hanno le stesse possibilità di studiare e fare qualche lavoro come noi, a seconda della loro preparazione e predisposizione. Non possiamo certo dire che qui le condizioni di vita siano le stesse del Medio Oriente, sarebbe un'ingenuità, quindi non ci invidiano perché siamo ricchi o chissà cosa abbiamo più di loro, è un problema più viscerale.
Capisco che possano essere discriminati, additati o bullati, anzi credo fortemente che la gente li emargini e non li possa sopportare per qualche paura o pregiudizio. Però non tutti quelli che vengono discriminati vanno a fare un corso di guerra per imparare a usare il kalashnikov o a buttare bombe. Tra l'altro non sono neanche i soli immigrati (questi del Charlie Hébdo non erano nemmeno immigrati ma erano francesi a tutti gli effetti, ma facciamo finta anche che lo fossero) che abbiamo nei nostri paesi, eppure quelli di religione musulmana sono i soli che imbracciano un fucile e vanno a sparacchiare a caso in mezzo alla strada. C'è ovviamente dell'altro.
C'è una religione che viene strumentalizzata e fa presa su persone che hanno problemi e che fanno quel che fanno perché non hanno niente da perdere. La frangia più estrema di una scuola di pensiero dell'Islamismo Sunnita, tra le tante, che è quella Salafita, è passata al richiamo alle armi delle masse ignoranti del popolino, quelli che sono appunto ignoranti rispetto a tutto, compreso l'Islam.
L’ISIS, questo nuovo “stato” musulmano, vuole la guerra sovranazionale contro gli infedeli, proclama la guerra santa contro l'Occidente reo di sottomettere e schiacciare le comunità islamiche (così dicono), reo di essere diverso, moderno, aperto, libero e di dare diritti a tutti. L'ISIS rappresenta il mondo Arabo? No, ed è per questo che tutti i musulmani contrari a queste barbarie terroristiche dovrebbero alzare la voce e porre un veto a questa situazione, combattere contro questi atti.
Alcuni dicono che al Charlie Hébdo se la sono cercata perché la loro satira era troppo spinta; è vero, i disegnatori vittime facevano della satira che avrà sicuramente dato fastidio a molti, soprattutto agli ipocriti che in vita li condannavano e che ora li piangono, però ciò non giustifica quello che è successo. Anch’io ho trovato un paio di vignette del giornale disgustose se non addirittura blasfeme, però non per questo si deve arrivare a uccidere, non per questo si deve vietare di fare il proprio lavoro.
Ed è proprio questo che dobbiamo difendere, oltre alla libertà di pensiero e di azione, la libertà di vivere come si vuole e la libertà artistica da questa gente che tra tante cose vieta anche la musica. A pensare ai fatti del Charlie Hébdo mi sovviene facilmente la pratica nazista dei roghi di libri di autori ebrei, questi attentati alla nostra civiltà non vanno molto lontano per ispirazione. Per fortuna verranno altri mondi, verranno nuove generazioni e ci sarà un nuovo ordine fatto di libertà e diritti, di progresso, di sapere, di benessere, perché l'uomo non smetterà mai di lottare per ottenere queste cose per sé e i suoi figli. Una volta già uscimmo dal periodo nazista con gran spargimento di sangue e distruzione a livello mondiale, ed è possibile che torneremo a dover lottare contro questi tentativi di sottomissione a un regime che si maschera dietro la religione. Io non sono atea, ma sono d'accordo su un fatto: che la religione deve essere un fatto personale, confinata alla sfera spirituale e alla propria libertà di credere in quello che si vuole, ma non una questione di stato.
François Cavanna, uno dei fondatori di Charlie Hébdo, ha scritto queste parole, cariche di un sarcasmo amaro e di un umorismo nero, che propongo sebbene io non sia del tutto d’accordo con lui: “Voi, i cristiani, gli ebrei, i musulmani, i buddisti, gli scintoisti, gli avventisti, i panteisti, i testimoni di questo e di quello, i satanisti, i guru, i maghi, le streghe, i santoni, quelli che tagliano la pelle del pistolino ai bambini, quelli che cuciono la passerina alle bambine, quelli che pregano ginocchioni, quelli che pregano a quattro zampe, quelli che pregano su una gamba sola, quelli che non mangiano questo e quello, quelli che si segnano con la destra, quelli che si segnano con la sinistra, quelli che si votano al Diavolo, perché delusi da Dio, quelli che pregano per far piovere, quelli che pregano per vincere al lotto, quelli che pregano perché non sia Aids, quelli che si cibano del loro Dio fatto a rondelle, quelli che fanno l’elemosina per guadagnarsi il cielo, quelli che lapidano il capro espiatorio, quelli che sgozzano le pecore, quelli che credono di sopravvivere nei loro figli, quelli che credono di sopravvivere nelle loro opere, quelli che non vogliono discendere dalla scimmia, quelli che benedicono gli eserciti, quelli che benedicono le battute di caccia, quelli che cominceranno a vivere dopo la morte.
Tutti voi, che non potete vivere senza un Babbo Natale e senza un Padre castigatore.
Tutti voi, che non potete sopportare di non essere altro che vermi di terra con un cervello.
Tutti voi, che vi siete fabbricati un Dio “perfetto” e “buono” tanto stupido, tanto meschino, tanto sanguinario, tanto geloso, tanto avido di lodi quanto il più stupido, il più meschino, il più sanguinario, il più geloso, il più avido di lodi tra voi.
Voi, oh, tutti voi. Non rompeteci i coglioni! Fate i vostri salamelecchi nella vostra capanna, chiudete bene la porta e soprattutto non corrompete i nostri ragazzi. Non rompeteci i coglioni!”

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Ecco qui di seguito le affermazioni sulle varie funzioni per effettuare il test con l'auto-valutazione:

Pensiero introverso (Introverted Thinking o Ti)

1) Organizzo dati e idee in un persorso interno logico o in un insieme di categorie.
2) Cerco informazioni per riempire le lacune dei miei modelli, impianti logici e tassonomie.
3) Uso le mie capacità di comprensione per stabilire come le idee si sposano da un punto di vista logico per aiutarmi a capire come funzionano le cose.
4) Modifico modelli e impianti per inserire nuovi dati, in modo da conservarne la consistenza logica interna.
5) Cerco la precisione nell'uso delle parole nei miei modelli, schemi e impianti interiori.
6) Faccio priorità all'interno dei componenti di modelli e categorie in maniera logica a seconda dei bisogni di una situazione.
7) Riorganizzo le mie priorità basandomi sui profili delle mie categorie.
8) Prendo decisioni basandosi sui profili delle mie categorie.
9) Cerco una coerenza logica nei fatti della mia vita.
10) Uso un linguaggio preciso per far sì che gli altri capiscano modelli e schemi logici concettuali.

Sentimento introverso (Introverted Feeling o Fi)

1) Uso in maniera soggettiva le mie emozioni per rendermi conto di cosa è importante per me.
2) Ho sempre bisogno di sapere cosa è importante per me e i miei valori più solidi.
3) sono consapevole dell'esistenza di valori personali universali.
4) Mantengo l'armonia interiore e la mia integrità personale restando fedele ai miei valori.
5) So ciò che è importante per me e uso questa mia conoscenza per prendere decisioni.
6) Do valore a tutti gli esseri viventi e faccio in modo che ognuno possa mantenere la sua integrità.
7) Valuto gli stati d'animo altrui valutando le mie reazioni.
8) Giudico le idee e i comportamenti in base al mio impianto di valori.
9) Lotto per ciò che è giusto anche se questo crea tensioni con il mondo esterno e rischio di compromettere un rapporto con un'altra persona.

Sensazione introversa (Introverted Sensing o Si)

1) Sono cosciente a un livello dettagliato di quanto sta succedendo nel mio corpo incluso il mio stato emotivo.
2) Raccolgo informazioni dettagliate e le immagazzino insieme alle reazioni che sono state suscitate.
3) Ho un ricordo vivo delle esperienze precedenti, incluso dati specifici presi dal mondo esterno così come le mie reazioni connesse al ricordo.
4) Immagazzino e recupero informazioni dettagliate nella sequenza in cui sono avvenuti i fatti.
5) Comparo le esperienze presenti con le sensazioni e le impressioni conservate nella memoria.
6) Mi sento più a mio agio quando le esperienze sono ripetibili.
7) Mi sento a mio agio con le tradizioni e cerco di mantenerle.
8) Tento di portare avanti i miei compiti in modo più efficiente possibile, conservando così energia.

Intuizione Introversa (Introverted Intuition o Ni)

1) Ho intuizioni che sembrano provenire dal nulla e ho imporato ad affidarmi ad esse.
2) Ho intuizioni in schemi e connessioni che possono sembrare non collegati al mondo esterno.
3) Rifletto su idee e schemi interni da molte prospettive.
4) Sono cosciente del fatto che se sono paziente qualsiasi cosa io stia percependo diverrà chiarissima e mi fido di quell'unica percezione come data au cui fondarmi.
5) Vedo le cose così come possono essere in definitiva.
6) Prendo le mie energie e faccio dei collegamenti significativi usando visioni, immagini e simboli.
7) Interpreto le intenzioni dietro alle comunicazioni, eventi e situazioni.

Pensiero estroverso (Extraverted Thinking o Te)

1) Definisco oggettivamente l'ambito dei problemi.
2) Identifico e pongo degli obiettivi misurabili idonei ai miei sforzi e a quelli di chi mi circonda.
3) Determino in maniera logica le sequenze e le priorità nei processi per portare a termine in maniera efficace un compito o gestire un programma.
4) Comunico in maniera concisa e logica i passi necessari a raggiungere un obiettivo, completare un compito o risolvere un problema: step 1, step 2, step 3, ecc.
5) Uso la logica per convincere gli altri a lavorare verso un obiettivo o accettare la mia posizione in una discussione.
6) Valuto in maniera obiettiva il mondo esterno per raggiungere degli obiettivi quantificabili.
7) Trasformo procedure e processi efficaci in standard di qualità e regole.
8) Valuto le prestazioni in rapporto a obiettivi misurabili e gli standard

Sensazione estroversa (Extraverted Sensing o Se)

1) Noto l'esperienza diretta e faccio affidamento ai dati che provengono dai miei cinque sensi: vista, udito, tatto odorato e gusto.
2) Controllo continuamente il mondo esterno usato i cinque sensi per ottenere informazioni particolari, specifiche e indiscutibili.
3) Ho la capacità di distinguere piccole differenze tra gli oggetti nel confronto.
4) La mia attenzione tende a essere rivolta al presente e agli eventi contingenti piuttosto che al passato o lle possibilità del futuro.
5) Mi concentro sul contesto delle situazioni presenti.
6) Ho bisogno di stimolazione sensoriale dal mondo esterno.
7) Riconosco che il mondo reale per come appare e sfrutto le informazioni che mi fornisce.
8) Quando pratico uno sport sono capace di sentirmi tutt'uno con la palla oppure quando guido mi sento la macchina.

Sentimento Estroverso (Extraverted Feeling o Fe)

1) Nei gruppi cerco e mi identifico nelle sue regole.
2) Faccio miei i valori culturali.
3) So qual è il comportamento appropriato in una data cultura o situazione e mi comporto di conseguenza.
4) Stabilisco e costruisco relazioni con gli altri perché lo ritengo importante.
5) Stabilisco relazioni raccontando fatti che mi riguardano.
6) Agisco in modo da incontrare i bisogni altrui per mantenere o stabilire relazioni.
7) Organizzo il mondo esterno in modo da supportare l'armonia di gruppo.
8) Valuto lo stato emotivo degli altri osservando il loro comportamento.
9) Farei di tutto per mantenere i rapporti con altre persone per me importanti anche se questo mi crea tensioni interiori.
10) Giudico il comportamento mio e altrui in base alle norme culturali.
11) Tento di educare gli altri sul comportamento appropriato che li aiuti a sentirsi parte del gruppo.

Intuizione estroversa (Extraverted Intuition o Ne)

1) Osservo il mondo cercando schemi, connessioni e collegamenti tra persone, oggetti ed eventi.
2) Noto parti o passi mancanti negli schemi.
3) Gli eventi esterni attivano la mia consapevolezza delle potenzialità, delle alternative o degli schemi che mi danno le basi per il cambiamento.
4) Percepisco i modi per cambiare sistemi incongrui, collegamenti e connessioni.
5) Collego idee esistenti in modi nuovi e interessanti.
6) Genero possibilità concrete di cambiamento nel mondo esterno.
7) Cerco costantemente modi per migliorare le cose e ho poche energie per mantenerle come sono.
8) Solitamente trovo qualcosa di positivo nella maggior parte delle situazioni.
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Esiste una versione alternativa del test MBTI per una auto-valutazione delle proprie funzioni cognitive che sono state codificate con le 16 sigle. Si tratta soltanto di uno degli aspetti della psicologia di una persona che non esaurisce la sua identità psichica ma che comunque dice molto sulle inclinazioni e le abilità del singolo. Questo test è solo in inglese e pertanto ho pensato di tradurlo e postarlo qui per comodità e per contribuire in qualche modo a espandere la conoscenza dell'MBTI.
Per fare il test è necessario leggere una serie di affermazioni e dare un punteggio da 0 a 5 per ciascuna, in cui 0 significa che la frase non vi rappresenta per nulla, mentre 5 sta a significare che l'affermazione vi identifica perfettamente.
Alla fine di questa procedura bisogna fare la somma dei voti dati a ciascuna affermazione all'interno di una funzione. Ciò significa sommare tutti i punti per le affermazioni di Fi, quelle di Fe, ecc.
Dopodiché è necessario moltiplicare il numero di domande valutate per parametro per 5, quindi per esempio se in un blocco ci sono 10 domande si calcola 50 come massimo di punteggio raggiungibile. Quindi è possibile per esempio raggiungere un punteggio di 30/50 e da qui è semploce calcolare il proprio punteggio in percentuale, nell'esempio appunto 60%. Questo 60% significa che tendiamo a usare la funzione valutata al 60%.
Ovviamente il test va preso prestando molta attenzione e valutando bene le risposte da dare.
Nel prossimo intervento le domande del test vero e proprio.

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Come scrissi tempo fa sono alle prese con la traduzione di questo testo da almeno un anno. Non è ovviamente la mia prima lettura in assoluto di Wilde, ma segue "Il Principe felice" durante l'infanzia, che mi fece molto piangere, "Il ritratto di Dorian Gray" verso i 13 anni, quando ero affascinata dal Decadentismo e dagli esteti, e "L'importanza di chiamarsi Ernesto" negli anni universitari per preparare l'esame di storia del teatro inglese. Nel 2013 poi mi sono avvicinata a questo testo per curiosità dopo una conversazione che ebbi; tuttavia ero già interessata alla ballata prima di quella conversazione ma approfittai dell'occasione per affrontarne la lettura.
Non appena cominciai a leggere capii subito che dovevo mettermi all'opera. La tematica trattata è molto interessante e attuale, considerando la situazione carceraria nel nostro Paese nel complesso e tenendo conto che la pena di morte è ancora applicata in numerosi Stati a livello mondiale. Wilde descrive le emozioni dei carcerati con cui condivideva l'esperienza della reclusione sia rispetto alla detenzione che al condannato a morte, oltre che verso i carcerieri e la struttura detentiva.
La voglia di lavorarci mi venne subito e non ebbi paura, poiché il battesimo del fuoco l'avevo fatto con "Il Corvo" di Poe.
La difficoltà questa volta era non perdermi e stare sul pezzo finché non era finito, non perdere l'interesse o stancarmi del lavoro perché non ne vedevo la fine a breve; questo è il rischio che si corre quando si intraprende la traduzione di un testo complesso e lungo.
Lentamente, pezzo per pezzo, ho cominciato la stesura di una bozza complessiva con vari buchi e varianti disseminati ovunque. Poi, una volta arrivata in fondo sono ripartita dall'inizio a revisionare il tutto, correggendo e cambiando laddove necessario, e ora sto cominciando a vedere una versione definitiva essendo a metà strada.
Durante il percorso ho fatto delle pause in cui mi sono occupata di altri testi miei, e non escludo di farne altre; esse sono servite a non perdere la lucidità e la freschezza nel lavoro su Wilde. La pausa mi è infatti necessaria per far staccare la mente dall'atmosfera dell'opera e per permettere di vederla a distanza di tempo con maggiore spirito critico o comunque con energie mentali rinnovate. Quando ci si concentra troppo su un termine o un passaggio e ci si affatica il rischio è di partorire una versione brutta o sbagliata, magari perché si perde la pazienza di fronte al passaggio difficile, mentre quando si riprende la traduzione dopo una pausa di tanto in tanto, si riesce a lavorare meglio.
Quello che voglio mantenere nella mia versione in italiano è un linguaggio semplice e quotidiano, come nell'originale, in cui i versi costruiscono una poesia narrativa, con immagini vivide ma ordinarie, solo a tratti oniriche e fantastiche, ma per lo più legate alla vita pratica dei galeotti. Quindi, come si può evincere il linguaggio da riproporre è colloquiale e immediato, diretto e per nulla aulico come invece accade di solito in poesia.
Non ho idea di quanto tempo mi ci vorrà per terminare questo progetto, ma sono contenta perché pensavo di aver solo fatto uno schizzo, di aver delineato le forme e colorato solo un angolo di tutto il soggetto, mentre, riprendendo in mano il tutto dopo una di quelle lunghe pause a cui accennavo sopra, mi sono resa conto di essere a metà strada. Ciò mi dà una sensazione positiva ed è un incentivo a continuare con grinta fino all'ultimo verso.

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Nell'ultimo periodo ho scritto e complessivamente sono arrivata a 22 pagine word del mio testo in prosa. Ci metto molto perché continuo a correggere e non tutti i giorni ho materiale da aggiungere. Rifletto e rimaneggio, ma non mi abbatto perché aggiungo poco alla volta. Ho detto nel commento precedente che per me si tratta di una sorta di viaggio al buio e sono contenta già di non essermi arenata dopo poco la partenza.
Ho iniziato a scrivere questo testo a dicembre del 2013 circa ma per alcuni mesi l'ho lasciato in un angolo dedicandomi ad altro e poi dopo l'estate sono tornata a produrre qualcosa.
La storia vede sostanzialmente tre ragazze che all'inizio del romanzo non si conoscono e conducono vite separate in una stessa città, affrontando le rispettive crisi sentimentali in completa solitudine.
Nel complesso non sono importanti le loro vicissitudini in quanto tali, ma lo sono il loro sentire, il loro pensiero e in ultima analisi i modi che hanno di affrontare e magari uscire dai loro problemi. È importante il concetto di ripresa e di riconquista della stabilità nonostante le vicissitudini che le hanno segnate. È un testo che vuole percorrere le sofferenze e mostrare le possibilità di uscita dalle situazioni più tragiche. Dopo aver capito che avrei portato avanti il progetto, anche se non avevo a non ho chiaro in mente dove giungerò con questo lavoro, mi sono impegnata a mettere ordine nelle mie idee e in un testo dalla natura frammentaria. Ho bisogno di ricordare tutto quello che scrivo nei minimi dettagli per non cadere in contraddizione dentro al testo (un esempio banale può essere dire che un personaggio ha un fratello e poi in un altro passaggio affermare che è figlio unico). Per ovviare a questo e per non ripetere concetti già detti prima, ho usato quella che chiamo "linea temporale" presa a prestito da U. Eco. Si tratta di impostare tutti gli eventi su una linea cronologica in modo da avere un quadro visivo delle azioni dei personaggi che aiuta a evitare le sovrapposizioni e le incongruenze dentro la narrazione. In realtà le linee temporali per me sono tre, una per ciascun personaggio poiché vivono esperienze in contemporanea senza tuttavia conoscersi. A un certo punto potrebbe essere forse utile andare a unire le tre linee ma questo potrebbe creare caos e forse non è una soluzione ottimale.

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Agosto è stato un mese piuttosto interessante. Ho fatto molte vacanze ed è volato, così anche come luglio è stato all'insegna della vacanza, tutto tra mare e montagna.
Continuano i miei progetti letterari, continuo a produrre testi in versi in cui sto esplorando nuove realtà, grazie soprattutto al mio ragazzo che mi dà stimoli nuovi e nuove idee con la sua cerchia e le sue attività.
Continua anche il mio viaggio nel mondo della prosa con un testo che in questa fase sto chiamando "Lacerazioni". Mi rendo conto che si tratti di un titolo forte ma questo è dovuto al fatto che tratta le fratture interiori dei protagonisti. Non so se l'ho già scritto ma la cosa che non mi era mai successa prima è il rendermi conto che dopo diversi tentativi di cominciare un romanzo negli anni che poi veniva abbandonato, questa volta non l'ho abortito ma anzi ho come l'impressione che non sia io a scriverlo ma che sia il libro a indicarmi la strada da percorrere, come se io esplorassi una realtà ancora ignota e ne scoprissi piano piano tutti i lati. È come guidare nella notte a fari spenti: vedi qualcosa ma non tutto e per questo ti viene voglia di proseguire. Altre volte non mi era successo e infatti quando avevo in mente il finale già dalla prima pagina mi ero stufata. Mi mancavano quegli stimoli che ora invece sembrano esserci.

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Stamane mi sveglio con il pensiero che si fissa su quello che scrivo e sul percorso che ho fatto complessivamente dal primo giorno in cui ho preso in mano la penna a oggi. Non so quantificare bene tutto il mio lavoro, mi ricordo che ho fatto un lungo viaggio da quando a 12 anni ho cominciato a buttare fuori le mie idee sulla carta. Non sapevo neanche quello che facevo... Mi piaceva Leopardi che all'epoca si sposava con la mia interiorità, mi affascinavano i grandi scrittori e il loro lavoro, avevo bisogno della mia solitudine nella mia stanza, avevo bisogno di lasciare libera la mente. Ero poco concreta, nel senso che producevo poche cose compiute e non ero conscia di nulla di quel che facevo. Mi irritava non completare nessun testo e reputavo ciò come una specie di fallimento, eppure non decidevo mai di abbandonare la penna e lasciar perdere, avevo troppa voglia e bisogno di scrivere, era una vera necessità fisica.
Dopo questa fase seguì un gran silenzio, di cui chi segue questo blog è a conoscenza, ma al di là del fatto che l'istinto di scrivere e l'ispirazione si erano affievoliti in quel periodo è interessante notare come siano tornati dopo tanto tempo. Come già detto non mi sono mai considerata un poeta e in fondo nemmeno mi interessa la definizione perché chiunque oggi può scrivere. Forse sì, sono un poeta perché non ho deciso di abbandonare di punto in bianco, perché non decidi niente tu di fronte a quella che viene definita Musa. Non è che siccome non si ha tempo o si trova un altro hobby allora non si scrive più. Questi sono finti poeti. Quando l'ispirazione è tornata ho preso a scrivere dovunque: in mezzo alla strada, sui treni, sui mezzi... L'ispirazione mi prendeva appena sveglia o alle 3 di notte, oppure in bagno mentre mi lavavo. Oggi questa forza è diminuita molto, più di rado mi capita di dover interrompere quel che faccio per scrivere e forse questo succede perché sono più tranquilla nel mio animo, almeno in questo ultimo periodo. Approfitto di questo per correggere cose scritte prima o elaborare progetti più lunghi. Vivo emozioni intense in continuazione ma riesco a gestirle. Ho paura che un giorno non scriverò più niente perché un po' mi mancano questi attacchi violenti ma è anche vero che non si possono ripetere le esperienze e che la vita è fatta di fasi. Vorrei procedere nei prossimi anni, ho molti progetti in itinere e le idee non mi mancano mai per cui se oggi mi concentro su lavori più tranquilli come traduzioni e correzioni di vecchie bozze, spero di produrre sempre almeno dei piccoli componimenti nuovi nel tempo. Forse le mie paure sono infondate perché quest'anno ho scritto 5 o 6 pezzi nuovi che non sono pochi. Ciò grazie alla gente, alla frequentazione di persone ricche e stimolanti per me che mi danno sempre nuovi spunti, nuove emozioni, spesso molto forti, che sono il punto di partenza per nuovi lavori.

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Sono veramente contenta dell'ultima lettura che sto intraprendendo. Si intitola "Quiet. The power of the introverts in a world that can't stop talking" di Susan Cain, ed è un testo-saggio del 2012 sull'introversione, le capacità di chi è introverso e il rapporto di questi con il mondo esterno, spesso incapace di capirlo o di trattarlo.
Cain si rifa innanzitutto alla psicologia freudiana, alla tipizzazione ideata da Freud nel famoso "Tipi psicologici" che pionieristicamente tra le altre cose aveva proposto la divisione tra introversi ed estroversi.
Cain spiega perchè il mondo oggi è massimamente formato, retto e ruotante attorno agli estroversi, che sono visti come modello vincente e vuole spronare chi (come me) è introverso a non abbattersi e a non considerarsi una persona "di serie B" solo perchè la società lo biasima per la sua natura.
Il mondo è formato da entrambi questi tipi psicologici che devono imparare a convivere e a rispettarsi; ognuno può apportare benefici alla società in cui è inserito al di là della propria inclinazione psichica naturale.
Alcuni passi che, per quanto io non sia nemmeno giunta a metà libro, raccontano molto di me e ritengo interessanti come spunto di riflessione:

"Yet today we make room for a remarkably narrow range of personality styles. We’re told that to be great is to be bold, to be happy is to be sociable. We see ourselves as a nation of extroverts—which means that we’ve lost sight of who we really are. Depending on which study you consult, one third to one half of Americans are introverts—in other words, one out of every two or three people you know. (Given that the United States is among the most extroverted of nations, the number must be at least as high in other parts of the world.) If you’re not an introvert yourself, you are surely raising, managing, married to, or coupled with one."


"If you’re an introvert, you also know that the bias against quiet can cause deep psychic pain. As a child you might have overheard your parents apologize for your shyness. (“Why can’t you be more like the Kennedy boys?” the Camelot-besotted parents of one man I interviewed repeatedly asked him.) Or at school you might have been prodded to come “out of your shell”—that noxious expression which fails to appreciate that some animals naturally carry shelter everywhere they go, and that some humans are just the same. “All the comments from childhood still ring in my ears, that I was lazy, stupid, slow, boring,” writes a member of an e-mail list called Introvert Retreat. “By the time I was old enough to figure out that I was simply introverted, it was a part of my being, the assumption that there is something inherently wrong with me. I wish I could find that little vestige of doubt and remove it.”
Now that you’re an adult, you might still feel a pang of guilt when you decline a dinner invitation in favor of a good book. Or maybe you like to eat alone in restaurants and could do without the pitying looks from fellow diners. Or you’re told that you’re “in your head too much,” a phrase that’s often deployed against the quiet and cerebral.
Of course, there’s another word for such people: thinkers."


"Many introverts are also “highly sensitive,” which sounds poetic, but is actually a technical term in psychology. If you are a sensitive sort, then you’re more apt than the average person to feel pleasantly overwhelmed by Beethoven’s “Moonlight Sonata” or a well-turned phrase or an act of extraordinary kindness. You may be quicker than others to feel sickened by violence and ugliness, and you likely have a very strong conscience. When you were a child you were probably called “shy,” and to this day feel nervous when you’re being evaluated, for example when giving a speech or on a first date. Later we’ll examine why this seemingly unrelated collection of attributes tends to belong to the same person and why this person is often introverted. (No one knows exactly how many introverts are highly sensitive, but we know that 70 percent of sensitives are introverts, and the other 30 percent tend to report needing a lot of “down time.”)"

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Uno dei pezzi di letteratura che ricordo ancora dal liceo e a cui sono piuttosto legata: "L'homme n'est qu’un roseau, le plus faible de la nature ; mais c’est un roseau pensant. Il ne faut pas que l’univers entier s’arme pour l’écraser : une vapeur, une goutte d’eau, suffit pour le tuer. Mais, quand l’univers l’écraserait, l’homme serait encore plus noble que ce qui le tue, puisqu’il sait qu’il meurt, et l’avantage que l’univers a sur lui, l’univers n’en sait rien.Toute notre dignité consiste donc en la pensée. C’est de là qu’il faut nous relever et non de l’espace et de la durée, que nous ne saurions remplir. Travaillons donc à bien penser : voilà le principe de la morale. Roseau pensant. — Ce n’est point de l’espace que je dois chercher ma dignité, mais c’est du règlement de ma pensée. Je n’aurai pas davantage en possédant des terres : par l’espace, l’univers me comprend et m’engloutit comme un point ; par la pensée, je le comprends." (B. Pascal, Pensées, 1670)

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